Roma, una serata d’estata a dir poco afosa. A voler dar ragione agli ambientalisti più oltranzisti, siamo in piena tropicalizzazione considerando i 30° all’imbrunire. Un clima caldissimo che evoca alcuni luoghi lontanissimi: come l’Africa, la foresta della Birmania o il deserto mediorientale.
Modi di dire, forse, che rimandano tutti volutamente ad alcuni dei luoghi che hanno visto i reportage di Almerigo Grilz. Ed è proprio per assistere al film a lui dedicato che qualche centinaio di persone si ritrovano. Ci sono quelli che “Ruga” – il soprannome di Grilz – lo hanno conosciuto sui libri o per qualche racconto di prima mano, ci sono alcuni dei suoi famigliari, ci sono i suoi amici fraterni e colleghi di una vita, ci sono alti rappresentanti delle istituzioni ma anche tantissimi giovani e addetti ai lavori. Un parterre insolito per una storia avventurosa ed unica che, fino a pochi anni fa, è rimasta chiusa nei cassetti di un ambiente politico ben definito che, per troppo tempo, è stato costretto a difenderla anzitutto dal fango e dall’ignominia dei suoi stessi colleghi giornalisti e dalla sordità selettiva delle istituzioni.
Non si può e non si deve, infatti, raccontare il film “Albatross” senza soffermarsi sulla vicenda umana, politica e professionale di Grilz, sia da vivo che da morto. Su Almerigo è sempre stata attiva una censura: bravo reporter, ma troppo scomodo da vivo, è diventato forse ancora più indigesto da morto proprio grazie all’azione di testimonianza inesorabile e costante dei suoi compagni di una vita che non l’hanno mai dimenticato.
Molto, troppo, ci sarebbe da dire su Almerigo e sui 38 anni che ci separano da quel fatidico 19 maggio 1987 in cui quell’ “inviato ignoto” – come lo definì Toni Capuozzo – perdeva la vita raccontando in prima linea uno dei tanti conflitti dimenticati in un’epoca di Guerra fredda, ma caldissima ad alcune latitudini. Almerigo, giornalista embedded in anticipo sui tempi, capì prima di tutti quel media mix con cui raccontare gli occhi della guerra. Coniugando scrittura, fotografia e presa diretta per descrivere in maniera completa e modernissima i fronti più caldi del mondo.

Proprio questa sua volontà di vivere il giornalismo in prima linea, e non ricevendo comodamente le agenzie seduto in qualche albergo ben lontano dal fronte, rompendo la narrazione schematica del “buoni” contro “cattivi” tanto in voga in quegli anni, è la sua eredità più grande. Lo sanno bene gli animatori del Premio Almerigo Grilz e degli amici di una vita – Fausto Biloslavo e Gian Micalessin in primis – che hanno celebrato “Ruga” con un documentario dedicato al viaggio in Mozambico per apporre, sull’albero sotto cui riposa Grilz, una targa commemorativa.
Questo lo scenario che ci accoglie alla prima del film “Albatross”, che si è svolta presso il cinema Moderno di Roma e che dal 3 luglio sarà disponibile in tutte le sale cinematografiche. Il film è prima di tutto un’opera coraggiosa e meritoria che deve a uno sforzo congiunto, di pubblico e privati, lungo anni e funestato dal covid ad interromperne la produzione, la sua realizzazione. Talmente unico che, per il solo fatto di esistere, è di per sé un prodotto che merita di essere visto. Tanto più che dopo averlo visto, si capisce che più che essere pensato e voluto per raccontare la storia di Almerigo a chi Grilz già lo conosce, nasce dallo sforzo di far conoscere la storia del primo giornalista italiano morto sul fronte dal dopoguerra a chi non ne ha mai sentito parlare. Ed anche a chi, non può immaginare cosa potesse significare essere un “fascista” a cavallo degli anni Settanta ed Ottanta.
Certe semplificazioni, ed anche certi scostamenti ben visibili dalla vita reale di Grilz che servono a costruire una trama più emotiva ed in grado di condensare una manciata di anni intensi e drammatici, faranno forse storcere il naso a qualcuno che da quel medesimo mondo proviene, e a ben donde. Vedere un Grilz che, dopo degli scontri in piazza, familiarizza con un giovane comunista triestino, o la presenza di una fidanzata contesa che spacca i cuori dei due contendenti, così come certe rappresentazioni un po’ naif della vita sezionale del Fronte della Gioventù di una delle piazze più bollenti d’Italia in quegli anni, non potrà che lasciare un poco perplessi. Ma se si comprende il fine ultimo, quasi divulgativo della pellicola, non sarà difficile andare oltre. Così come oltre certe scelte di regia opinabili od oggettivi limiti pratici nel raccontare efficacemente con una produzione non proprio dal budget hollywoodiano una vita vissuta in mezzo a guerre sparse sui cinque continenti. Difficile fare di più e meglio.
Molto più aderente e coerente è il racconto retrospettivo che dal presente si fa di quel passato, grazie proprio ad un Giancarlo Giannini in splendida forma che, vestendo i panni di quel giovane comunista amico-nemico di Grilz, combatterà per riabilitarne la memoria contro lo squallido antifascismo militante fuori tempo massimo dei suoi colleghi giornalisti. E poco conta se nella battaglia per la verità e la memoria raccontata nel film Grilz esce ancora una volta censurato. Perché il ritratto che ne deriva è proprio rappresentativo del vae victis a cui gli “sconfitti”, di ieri e di oggi, sono obbligati ancora oggi in Italia.

Alla fine, ciò che resta è il ritratto di una vita avventurosa, un po’ folle ma lucidamente ribelle e anticonformista di un giovane 34enne morto per fare del giornalismo un’opera di verità e giustizia, esattamente come Almerigo ha sempre inteso la sua militanza politica mai rinnegata e mai veramente dismessa. Un sacrificio fatto per dare voce a minoranze in lotta e conflitti dimenticati, proprio come quello dei suoi camerati in un’Italia in cui “uccidere un fascista non è reato”. Grilz lo ha fatto senza mai abbandonarsi a nessuno di quei pregiudizi sotto cui proprio i suoi detrattori, di ieri e di oggi, vorrebbero seppellirlo una volta per tutte.
Tra le tante cose che incarna Grilz, da sotto quel maestoso albero mozambicano dove è stato seppellito dopo la tragica morte, è l’essere suo malgrado la cattiva coscienza di un mondo culturale e politico asfittico e brutale. Un mondo che tenta ancora di affermare un primato morale ed una licenza esclusiva a fare cultura e informazione in questo Paese. Di fronte a tutti questi esseri che vivono una vita coi piedi ben piantati a terra, si staglia l’immagine sempre sorridente di Grilz che, come un albatro, vola su tutti loro. E allora buon viaggio Almerigo e buona visione a tutti quelli che avranno la voglia di abbandonare qualche confortevole conformismo per conoscere la tua storia fino ad oggi ignota.
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