Chi ha conosciuto George Orwell (1903-1950) attraverso il celebre romanzo distopico 1984, l’efficace fiaba allegorica La fattoria degli animali, o per la sua sempre pungente produzione saggistica di denuncia sociale – svolta soprattutto durante la seconda guerra mondiale – non potrà che rimanere incuriosito dalla sua attività saggistica di critico letterario, peraltro recentemente raccolta nella pubblicazione Il motivo per cui scrivo.[1] In queste riflessioni su alcuni importanti autori della letteratura britannica, emergono temi cari ad Orwell, già da lui sviluppati. Soprattutto ne I Viaggi di Gulliver di Johnatan Swift, Orwell individua una lucida lettura di una visione ante-litteram utopica e al contempo distopica: due termini complementari difficili, che se non compresi bene nel loro significato etimologico, potrebbero forviare il lettore.

La parola utopia deriva dal greco ύτοπος (nessun luogo) e allude a una dimensione non-spaziale e spesso a-temporale, talvolta velata persino di aspirazioni metafisiche. In una diversa decodificazione del termine – ma per certi versi affine e comunque complementare – la u iniziale della parola non avrebbe avuto origine dalla particella negativa ou, bensì dalla contrazione di eu, ‘bene’. In tal modo utopia verrebbe ad assumere non più, o quantomeno non solo, il significato di ‘luogo che non c’è’, ma altresì di ‘luogo buono’, ovvero ‘felice’. In realtà oggi il termine ‘utopia’, in uso nella lingua moderna, esprime il semplice significato di un qualcosa di vagamente irrealizzabile. Chiarito il significato del primo termine in questione segue la lettura della sua altra faccia, la distopia (ovvero anti-utopia), una alterazione negativa di un luogo, che diventa quindi brutto (cacotopia) e contraddittorio, enfatizzato dai prefissi dis privativo (o comunque deformante) o anti, di contrapposizione: definizioni che hanno comunque tutte una connotazione decisamente negativa (opposta dunque all’ideale dell’utopia).
È bene sapere comunque che se l’utopia classica (quella di Tommaso Moro in primis) è un progetto, una serie di suggerimenti, spesso venati di un po’ d’ironia, volti a indicare una potenziale soluzione a mali e a contraddizioni politico-sociali di un dato momento storico, la distopia (ovvero l’anti-utopia), ne rappresenta la sua tragica trasformazione, nel momento in cui lo stato, in maniera totalitaria, impone radicalmente certe scelte, influendo sul libero arbitrio delle persone. Il pensiero utopico s’illude spesso di rendere perfetti i rapporti tra uomini sulla terra in una qualche forma di organizzazione; tuttavia, mentre le prime utopie partivano da un sostrato religioso e volevano in tale ideale terreno soprattutto riflettere un archetipo celeste, quelle moderne, nel loro laicismo, vogliono realizzare – in modo razionale e sistematico – tale perfezione già in terra. Nel momento in cui non più la sola provvidenza divina viene deputata ad assegnare all’uomo la felicità futura ed egli si ritiene, invece, in grado di essere artefice del proprio destino, ecco che nasce l’utopia moderna con le sue applicazioni scientifico-tecnologiche, che di fatto è già il sottile confine tra utopia e distopia è stato varcato.
Orwell era ben consapevole di questa sottile, spesso impercettibile, linea divisoria, e riesce ad individuarla anche in Johnathan Swift, scrittore irlandese del XVIII secolo, che offrì un modello a tutti gli scrittori impegnati politicamente, come George Orwell, utilizzando al meglio la scrittura parodistica e la satira fantastica, e cogliendo gli aspetti distopici della società del suo tempo, già scientista e progressista. Nel Libro III (Cap. 5) de I Viaggi di Gulliver, il personaggio principale in visita nella grande accademia di Lagado, nota per essere all’avanguardia nelle arti e nelle scienze sperimentali, osserva “un accademico indagare sul modo di ritrasformare gli escrementi umani nel primitivo aspetto dei cibi da cui risultavano, separandone le varie parti e depurandole con un sistema di sua invenzione dal fiele, che ne causa il fetore.” Viene qui a mente, per analogia, l’odierna produzione di carne di 3D. In un’altra stanza dell’accademia Gulliver fa la conoscenza di “un inventore, al quale si doveva un nuovo sistema per lavorare la terra senza strumenti, servendosi dei maiali. Così si risparmiava, evidentemente, la spesa dei cavalli e dei bovi, dell’aratro e del bifolco. Bastava nascondere sotto terra, a sei pollici di distanza l’uno dall’altro, diversi vegetali di cui i porci sono ghiottissimi, come ghiande, datteri o castagne; poi sparpagliare per ogni acro di superficie circa seicento di codesti animali. Questi in pochissimo tempo, non solo avrebbero smosso la terra col muso e con le zampe in modo da potervi seminare, ma l’avrebbero contemporaneamente concimata coi loro escrementi. Fatta l’esperienza, il sistema era sembrato poco pratico e assai dispendioso; inoltre il campo non aveva prodotto quasi nulla. Ma tutti ritenevano quest’invenzione suscettibile di essere utilmente perfezionata.” Non fanno forse questi metodi pensare a certe estreme posizioni di ecologismo e di sostenibilità a ogni piè sospinte? “Alla scuola di lingue dell’Accademia di Lagado i professori discutono altresì su come poter rendere più conciso il discorso, riducendo tutti i polisillabi a monosillabi e sopprimendo i verbi e ogni altra parte del discorso, tranne i sostantivi: perché in realtà tutti gli oggetti di questo mondo si possono rappresentare con sostantivi. Ma il sistema di riforma più radicale doveva consistere, secondo loro, nel fare a meno addirittura delle parole, portando con se gli oggetti necessari all’argomento della discussione”. Quasi sicuramente Orwell trasse da qui ispirazione per le direttive statali imposte sul nuovo vocabolario del Newspeak di 1984, inteso a ridurre assieme alle parole il pensiero e quindi la libertà di chi ne fa uso.
Gulliver visita infine la scuola di matematica, in cui trova “un professore che adoperava, per l’istruzione dei suoi scolari, un metodo speciale: ogni dimostrazione, proposizione o teorema veniva scritto sopra una piccola ostia, con uno speciale inchiostro di succo cefalico. Lo studente inghiottiva l’ostia e stava digiuno tre giorni, bevendo solo acqua. Durante la digestione dell’ostia, il succo cefalico saliva al cervello e vi recava l’esercizio o il teorema desiderato.”[1] È probabile che anche Aldous Huxley, abbia tratto spunto da questo episodio per le pratiche d’ipnopedia proposte nella società distopica del suo romanzo Il Mondo Nuovo.
Infine, la genia degli immortali, con le sue ripugnanti scene di senescenza perenne, nonché le proposte d’abolire l’individualità rimuovendo parte del cervello di un individuo e innestandola nel cervello di un altro, evocano drammaticamente inquietanti ambizioni transumane, palesi oggi in alcune ‘élite’ contemporanee.
Nel saggio Politica contro Letteratura: esaminando ‘I Viaggi di Gulliver’, Orwell coglie dunque come l’accademia di Lagado de I Viaggi di Gulliver, rappresenti senza dubbio una satira giustificata sui cosiddetti scienziati del tempo di Swift, persone non certo immerse in una ricerca disinteressata, ma attivamente impegnate nella creazione di sistemi di risparmio di forza-lavoro atti a produrre maggiori profitti. C’è qualcosa di stranamente familiare nell’atmosfera di questi capitoli perché, considerati con un po’ di lucida follia, si percepisce che uno degli scopi del totalitarismo non sia soltanto assicurarsi che le persone abbiano le ‘idee giuste’, ma che vadano rese di fatto sempre meno consapevoli.
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[1] Va sottolineato come tecniche analoghe d’iscrizione di formule sacre da poter sciogliere nell’acqua e berle, siano tradizionalmente presenti nell’antico Egitto, nel Corano e persino nella Bibbia, anche se per finalità di guarigione fisica e psichica di chi vi si sottoponga, e non per finalità profane, come appare invece in Swift, riferito criticamente alle aspettative mondane dell’accademia scientista.
[2] Gli specifici due saggi particolarmente attinenti a questo nostro articolo sono: “Intervista immaginaria a Jonathan Swift” e “Politica contro letteratura: esaminando I Viaggi di Gulliver” (Edizioni Discendo Agitur, 2023).


