“Deep State, giù la maschera”. Parla Marcello Foa

da Marcello Foa

Viviamo un’epoca straordinaria per una ragione molto semplice: Donald Trump è al suo secondo mandato. Quando venne eletto per la prima volta in verità non era pronto per tale incarico. Imbarcò nel suo staff persone reclutate con colloqui di dieci minuti, il 90% dei quali erano in realtà membri del Deep State, che facendo finta di essergli amiche, per quattro anni hanno poi remato contro di lui, cercando di farlo deragliare in ogni modo. Quando Trump è ritornato alla Casa Bianca pochi mesi fa, aveva un’esperienza governativa, un tassello fondamentale per poter governare con efficacia. L’esperienza dentro le istituzioni è infatti essenziale, perché solo quando si è dentro tale realtà si può davvero capirne i meccanismi, che da fuori puoi solo intuire ma non si comprendono veramente. The Donald quest’esperienza l’ha maturata nel tempo. Durante il primo mandato hanno cercato di contrastare Trump in ogni modo: inchieste, agenti russi, ora hanno finanche tentato di sparargli e si è salvato solo per miracolo, ma non sono riusciti a fermarlo. E lui che sta facendo ora? sta rivoluzionando la prima superpotenza globale. Io stesso sono sorpreso a riguardo: non si è mai visto un presidente USA che prendesse così tante decisioni dirompenti in un solo mese di mandato. Decisioni che mirano esattamente a colpire il Deep State dimodoché non possa organizzarsi in tempo per farlo deragliare.

Trump sta colpendo con estrema precisione i gangli del potere economico finanziario che operava all’interno dello Stato, sui quali si basava un progetto di ingegneria sociale, un progetto di orientamento e manipolazione dell’intera società occidentale: USAid. Infatti quando Trump elimina USAid, non agisce solo su quello; ci sono anche altri dipartimenti con budget enormi. Va però a intaccare ciò di cui ho parlato nel mio ultimo libro Il Sistema (in)visibile, e che descrivo anche in quello che uscirà fra pochi giorni: un paradosso, ovvero il nostro vivere in una società che dovrebbe essere liberale e liberista, ma in realtà al contempo è terreno per  progetti di questo tipo, finanziati con l’uso di enormi fondi pubblici. Le università, che com’è noto operano e applicano queste teorie, ormai si stanno ritraendo tutte; esse erano finanziate in parte da fondi pubblici, in parte da grandi donatori privati, i quali erano compartecipi di un’agenda. Il mondo in cui abbiamo vissuto non è un mondo nel quale c’era una destra e una sinistra, Stato e Stato nello Stato: era tutto intrecciato, correlato, un’azione d’insieme per portare tutti noi verso una determinata direzione. Trump sta disfacendo tutto questo, sta andando a toccare quei gangli vitali da cui la spinta verso il gender, il woke, la cancel culture si origina; non a caso tali fenomeni si stanno spegnendo molto rapidamente. O per lo meno stanno rendendo evidenti le loro contraddizioni interne.

L’intero fenomeno woke rientra in un ricatto d’ambiente e culturale. Tale ricatto non si applica soltanto al mondo giornalistico: riguarda anche il mondo della cultura, il mondo accademico, quello professionale: ogni qualvolta si lavora, si capiscono o ci vengono fatte capire le linee rosse. Questo anche lavorando in una grande azienda: alcune cose son gradite, altre no: se sei troppo zelante, troppo produttivo, ti viene detto che forse è meglio rallentare, ché gli altri non ti seguono. Tutto questo è un metodo di governo: talvolta si autoproduce, ma quando diventa un progetto su ampia scala diviene un fenomenale meccanismo di condizionamento. Nell’accademia è molto forte: io stesso sono giornalista, ho avuto una carriera molto variegata ma da ormai ventun anni insegno all’università. Lì è evidente: se tu dici certe cose vieni automaticamente escluso, segregato, allontanato. Ti tolgono la cattedra, non ti rinnovano il corso, e questo vale anche nelle redazioni, così come in tanti altri ambienti se vai “oltre”. A me ne han dette di tutti i colori: complottista, no vax, putiniano, retrogrado, fascista. Però è ovvio che ognuno solo se ha una struttura professionale, personale ed economica per reggere l’urto, va avanti lo stesso. La dimensione economica è molto importante, perché se uno ha mutuo da pagare, figli da mantenere… che fa? L’eroe? Per poi ritrovarsi senza un lavoro? A quel punto chiunque ci pensa quattro volte prima di prendere una certa posizione. Poi magari a cena, fra colleghi, dopo qualche bicchiere di vino si lascia andare, ma pubblicamente no. […]

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