Se ‘1984’ diventa una realtà

da Matteo Carnieletto

Ci sono fatti che ne anticipano momenti storici ben più importanti. È accaduto il 9 settembre del 2001, quando alcuni jihadisti legati al gruppo Ansar al Sharia travestiti da giornalisti sono entrati nella tenda di Ahmad Shah Massoud, il capo della resistenza afghana, e si sono fatti saltare in aria. Nel giro di due giorni, le lacrime del Panjshir sarebbero arrivate a New York, con l’11 settembre. Due aerei si schiantano, come è noto, contro le Torri Gemelle e un altro perfora una parete del Pentagono. Tremila morti. Gli Stati Uniti di George W. Bush che dichiarano la ‘Guerra al Terrore’, che porta a due nuovi conflitti: in Afghanistan (2001), dove si diceva vivesse il capo di Al Qaeda, Osama bin Laden, e in Iraq (2003). Centinaia di migliaia di morti e due Paesi distrutti. A distanza di vent’anni, in Afghanistan, dopo la vergognosa ritirata occidentale, i talebani sono tornati. In Iraq, invece, è arrivato lo Stato islamico, poi sconfitto, che ha lasciato solo cumuli di macerie. Da un piccolo fatto regionale si è passati a un globale. Altro giro, altra corsa.

L’8 dicembre 2024, come abbiamo scritto su queste pagine, Bashar al Assad abbandona in fretta e furia la Siria. Da una decina di giorni, i jihadisti di Hayat Tahrir al Sham marciano verso le più importanti città del Paese: Aleppo, Hama, Homs e, infine, Damasco. Non sparano un colpo (ci penseranno poi, con le rappresaglie contro le minoranze di alawiti e cristiani). Finisce un’era, quella degli Assad, e ne inizia un’altra, forse peggiore. Al Jolani si fa chiamare Ahmad al-Shara, si presenta come un moderato, anche se nulla cambia. I commentatori pensano che sia solo una questione mediorientale. Una come tante altre. I dittatori vanno e vengono e, questa volta, è stato il turno di Bashar. Ma era davvero così? E se attraverso questo piccolo grande fatto si potesse comprendere ciò che sta accadendo attorno a noi in questi giorni? E se Vladimir Putin avesse ceduto, in questa complessa partita a scacchi che è la terza guerra mondiale a pezzi, una sua pedina in cambio di un’altra chiamata Volodymyr Zelensky?

Passa poco più di un mese e Donald Trump arriva alla Casa Bianca. Il suo ritorno è preceduto da alcuni messaggi, nemmeno troppo in codice, fatti filtrare attraverso il figlio, il quale dice al presidente ucraino che è finito il tempo delle paghette. Basta soldi dagli americani. Il tycoon inizia a parlare di pace, dice che troverà una soluzione che accontenterà tutti. Anche Zelensky, da sempre contrario a una soluzione diplomatica, comincia ad aprire a questa possibilità. La diplomazia lavora, premendo e, a volte, minacciando. Si arriva, nel giro di qualche mese, allo scontro tra Trump, il suo vice J. D. Vance, e Zelensky. Lo sfondo rassicurante della Casa Bianca si squarcia. Il presidente ucraino sbotta, quello americano lo deride. L’Ucraina, da questo momento, è sola. Tutto il mondo lo ha visto in diretta. Il protagonista di The Apprentice si rivela apprendista stregone che seduce e abbandona. Il Cremlino, alle prese con una insolita guerra cyber contro l’Italia in seguito alle parole della Repubblica Sergio Mattarella che aveva paragonato la Russia alla Germania di Adolf Hitler, tace. Si gode lo spettacolo di un Occidente spaccato e diviso. Sa che ha vinto la guerra […]

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