Nel 1973 Adriano Romualdi pubblicò per l’editore Volpe, nella collana L’Architrave, una breve silloge di scritti di Oswald Spengler, suggestivamente intitolata Ombre sull’Occidente. A pochi mesi dall’uscita del libro, l’autore tragicamente incontrò la morte: aveva solo trentatré anni ed era già un maestro del pensiero, per la sua prodigiosa intelligenza che in pochi anni gli aveva dettato libri rimasti come pietre miliari nella cultura non conforme. Uno dei più significativi fu proprio quel volumetto spengleriano che, a cinquantadue anni dalla sua uscita, si presenta ancora come la più lucida introduzione al pensiero del morfologo tedesco: Cinabro Edizioni lo ripropone quale contributo alla penetrazione nella visione del mondo e della vita sia di Spengler che di Romualdi. Romualdi senza Spengler non sarebbe esistito per come lo abbiamo conosciuto e amato. Spengler ha avuto molti discepoli, ma in Italia uno solo: Adriano Romualdi, che da lui ha tratto le sue principali visioni e suggestioni.
Ma chi era Adriano Romualdi? È ancora vivo nella memoria di chi era suo coetaneo o, come si disse all’epoca, suo ‘fratello minore’, mentre per chi non ha superato ancora i cinquant’anni resta uno ‘sconosciuto’. La ristampa di Ombre sull’Occidente intende colmare questa lacuna e immettere Romualdi nel circuito della cultura ‘non conforme’ come esponente postumo della Rivoluzione conservatrice, con tutto il corredo di studi dal quale si può trarre una concezione della storia, dell’ascesa e della decadenza occidentali.

La perdita di Adriano fu enorme e anche chi intellettualmente lo avversava ne riconobbe il grande valore: Rodolfo Sideri, studioso attento e appassionato, lo sottolinea nel suo Adriano Romualdi. L’uomo, l’opera e il suo tempo (Settimo Sigillo), passando in rassegna la vasta produzione romualdiana situandola nel dibattito politico-culturale che si sviluppò a destra tra la fine degli anni ‘60 e gli inizi dei ‘70, del quale i brani sulla ‘sconfitta’ dell’Occidente, quanto mai attuali, forniscono non solo un’idea del clima di aspettative che stavano maturando, ma anche le indicazioni a una destra che stava per uscire dallo stato di minorità e doveva attrezzarsi a ‘cavalcare la tigre’ dell’antagonismo politico-culturale con la consapevolezza di chi sa che la ‘buona battaglia’ è soltanto quella che si combatte con «la forza delle idee senza parole», come ammoniva Spengler. A quell’epoca, Adriano scriveva e ‘consigliava’ percorsi di interventismo intellettuale dalle pagine della rivista L’Italiano, scritti che anch’essi oggi si possono rileggere in Un italiano per l’Europa (Cinabro Edizioni). Su quella rivista, diretta da suo padre Pino e sulla quale in tanti si andavano formando come giornalisti, scrittori e politici, per quanto giovanissimo, Adriano era già ‘qualcuno’:, soprattutto per l’innata attitudine a pensare la politica e la cultura insieme, non ravvisando tra di esse nessuna frattura come purtroppo a destra, e non soltanto, si era portati a ritenere.
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