“Saper fare contro far sapere”. Intervista a Diego Fusaro

da Diego Fusaro

Intelligenze artificiale applicata ai media: il giornalista robot, che non chiede contributi né stipendio. Pensi che sia questo il futuro dell’informazione, se non si interviene in qualche modo?

L’Intelligenza artificiale dovrebbe essere l’intelligenza delle macchine. In questo contesto, non credo si possa parlare di ‘intelligenza artificiale’: l’intelligenza è la capacità di guardare dentro di sé, l’autocoscienza, il pensiero. Non è solo intenzionalmente sottoporre l’attenzione critica a qualcuno, ma significa ricondurre alla propria coscienza tutto ciò che accade all’interno del nostro io, è il celebre io penso che deve poter accompagnare tutte le rappresentazioni di kantiana memoria. Questo non esiste nell’intelligenza artificiale. Che è solo un’occasione, un calcolo, che dovrebbe essere chiamato ‘calcolo artificiale’, non ‘intelligenza artificiale’. L’intelligenza artificiale calcola e, pare, infinitamente meglio di noi umani, ma non pensa, non critica, non discerne, non pone domande di senso: risponde e basta.

Che impatto avrà sull’informazione e sul lavoro? 

Nei prossimi lustri moltissimi posti di lavoro andranno perduti, come confermato dal Fondo Monetario Internazionale e sodali. Così come la vita umana stessa verrà sempre più rimpiazzata: dunque, non solo il lavoro, ma il nostro stesso modo di stare al mondo, in uno scenario anticipato da Matrix nel 1999. Quindi, più che della sostituzione etnica, oggi bisogna preoccuparsi della ‘sostituzione tecnica’, ove l’uomo non riesce a seguire il passo rispetto ai suoi prodotti tecnici. Nell’ambito dell’informazione, questo produce un impatto rivoluzionario, letteralmente epocale, poiché effettivamente la potenza dell’immagine è soverchiante rispetto a quella della realtà. Se questa è peraltro la cifra della società dello spettacolo, come già la definiva Debord, la maggior ragione nel tempo dell’intelligenza artificiale è che le immagini tendono ad autonomizzarsi dalla realtà stessa, a diventare più potenti della realtà stessa. Qui abbiamo oggi a che fare con una realtà parallela rispetto a quella reale, una realtà che viene artificialmente, in questo caso sì, generata con una distorsione totale rispetto alla realtà stessa. 

Allora, come distinguere la veglia dal sogno? 

Sempre più questo sarà il tema fondamentale. E se nella società dello spettacolo, per dirla ancora con Debord, vige il teorema secondo cui ‘essere è apparire’, possiamo ben dire che si va esattamente in questa direzione. Il regno delle apparenze, il regno della realtà digitale si va sempre più sostituendo a quello della ‘realtà reale’. Oggi il ‘far sapere’ conta più del ‘saper fare’, prevale la vetrinizzazione di sé. Quale dittatura rossa o nera sarebbe mai riuscita a schedare tutti i suoi sudditi e a mettere loro in tasca un cellulare? Eppure questa è la situazione odierna. Siamo tutti responsabili di questo. 

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