Yukio Mishima è letto da molti ma compreso da pochi. Molti considerano Mishima un fine letterato, un artista geniale che ha saputo elevare la trasgressione a valore di vita: trattasi di quelli che limitano Mishima alla sua vasta produzione letteraria e ad alcuni aspetti secondari della sua vita personale, come l’omosessualità. Perché Mishima rischia da sempre questa normalizzazione banalizzante?
Troppo a lungo Mishima è apparso nelle librerie, in recensioni, in edizioni ad ampia tiratura e a circuito internazionale. E quel troppo letto è andato a coincidere inesorabilmente col troppo frainteso. Una lunga sequenza di aggettivi lo hanno soffocato, arbitrio per gli uni e per gli altri. Nel leggerlo, paradossalmente (?), noi stessi lo andavamo perdendo… Dunque, per ritrovarlo, la nudità del gesto, l’alterità.
Perché Mishima, nell’accezione indicata da Friedrich Nietzsche, è un inattuale. Ben venga così. Quel 25 Novembre del 1970 uno scrittore si è ucciso con gesto plateale ed incompreso. E si sono tradotti i libri; se n’è fatto un caso letterario e modistico. Quel 25 Novembre del 1970 un guerriero – forse della nientità – ha lanciato una sfida al presente – Nietzsche ammoniva: «L’Oggi appartiene alla plebe» – e solo a pochi è dato raccogliere quell’urlo lancinante e fiero. Per pochi e di pochi.
La morte di Yukio Mishima è stata un evento così potente e denso di significati quasi da offuscare la sua opera e la sua vita. La morte di Mishima ci aiuta a comprenderne la vita, o ripercorrerne la vita ci aiuta a dare significato alla sua morte?
Quando Mishima muore non ha ancora compiuto quarantasei anni (era nato a Tokio il 14 Gennaio del 1925). Yukio Mishima aveva annotato: «mi è capitato spesso di udire il facile motto secondo il quale ‘la penna e la spada confluiscono in un unico cammino’. Ma in realtà possono convergere solo al momento della morte». Sole e Acciaio, nel titolo stesso, è un’ampia, orgogliosa, sofferta testimonianza della nascita di questa consapevolezza. E, dunque, il 25 Novembre del 1970 – «…si alzò di buonora. Si rasò lentamente e con gran cura» – è anche e soprattutto un incontro. Per Mishima la morte diviene luogo del disvelamento. «Coraggio!…» aveva gridato Robert Brasillach al plotone d’esecuzione il 6 febbraio 1945, ottant’anni fa, mentre Drieu La Rochelle il 5 marzo, pochi giorni dopo, avrebbe aperto il rubinetto del gas per non cadere nelle mani dei ‘vincitori’; il nome dell’imperatore sulle labbra mentre, con il pugnale accuminato, si dilacera il ventre nel rito antico e sacro del seppuku, Mishima. Che cosa, però, s’è disvelato? L’Essere o il Nulla. Questo non è dato sapere.

Mentre Mishima si dava la morte, tu nel 1970 eri un ventiseienne ribelle e contestatario con più di qualche guaio con la giustizia. Ci racconti come fu percepito e vissuto dall’Italia, nel contesto dei disordini di piazza e dell’aria di rivoluzione, quel gesto così arcaico ma così potente?
Ho appreso della morte di Yukio Mishima dai giornali, che lo scopino mi portava in cella tutti i giorni. Mese dopo mese; anno dopo anno. «Leggere i giornali all’inizio della giornata è una sorta di realistica benedizione mattutina»: dice il filosofo Hegel e, allora, la pensavo allo stesso modo. Forse perché, in qualche misura ogni sistema di idee finisce per assomigliare a sbarre e chiavistelli, mentre la vita sfugge ad ogni rigida definizione come le automobili e le ragazze alla fermata dell’autobus sul lungoTevere scorrevano in miniatura una volta che riuscii ad arrampicarmi sulla bocca di lupo. Oggi il quotidiano dimentico spesso di sfogliarlo e contemplo il quotidiano (il mio) che mi sfugge come acqua dalle dita. Il tempo è il mio tempo; e questo essere – hic et nunc – tempo ha subito un’accelerazione folle e disperata […]
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