Categorie nate nell’ambito della comunicazione, come polarizzazione, fake news, postverità, populismo, hanno finito per trasferirsi anche nel dibattito intellettuale e accademico, divenendo le parole chiave con cui leggere il presente. In genere, in passato, il percorso era inverso, dai pensosi tomi si scendeva verso le battagliere gazzette. La rincorsa “a inseguire” che vede impegnate le scienze sociali – politiche, filosofiche, giuridiche – si segnala, e questo è il dato che conta, più che per spirito critico e decostruttivo per adesione pressoché incondizionata ai nuovi dogmi proposti da un’opinione pubblica mainstream sempre più conformista e in difficoltà. Il pensiero divergente viene mal tollerato, denominando talune figure o temi con aggettivi, come “divisivo” o “controverso”, che non significano nulla, ma esprimono solo un modo per prendere la distanza da qualcosa ritenuto poco confacente.
Che il meccanismo sia ormai questo, è stato ben compreso da quella originale firma del quotidiano LaVerità che corrisponde al nome – di fantasia? ma che differenza fa? – di Boni Castellane, il quale muovendo dalla rubrica giornalistica, come già aveva fatto con il fortunatissimo libro In terra ostile, è tornato in libreria con una nuova opera dal suggestivo titolo I due mondi (Signs Books, 2024). In questo lavoro gli interventi sui singoli episodi della vita pubblica lasciano il posto a una riflessione molto profonda che ha un taglio prevalentemente filosofico e di ricerca culturale, che punta direttamente a individuare le coordinate che contrassegnano la condizione spirituale del nostro tempo. Il polemista acuto lascia il posto a un fine intellettuale che ha come riferimento non il ceto accademico – quello che, tra l’altro, abilita nei concorsi – ma si rivolge, anche come stile, a una comunità più ampia che è quella dei lettori. Il tono non è divulgativo e nemmeno militante motivante, non si sacrifica nulla alla chiarezza concettuale e ai riferimenti teorici: chi legge è semmai chiamato a quel piccolo sforzo di metodo e pazienza richiesto da ogni saggio. Si è di fronte a un contro-movimento, a una contro-lettura dei fenomeni sociali dove questi però non dettano le condizioni del pensiero ma ne vengono semmai subordinate.
L’avvento dell’Ultimo uomo
Andando ora ai contenuti, il libro si pone in oggettiva continuità con il precedente sulla vita in “terra ostile”, mantenendo ferma la critica al nichilismo materialistico che sembra dominate questa epoca postmoderna. Detta così, in maniera necessariamente generica, ci si potrebbe attendere una ennesima ripetizione, utile e magari ben argomentata, di temi già trattati dalla letteratura della crisi della civiltà che ha attraversato quanto meno tutto il Novecento. Gli autori che trapelano, spesso citati alte volte no, sono infatti quelli accomunati dalla contrapposizione tra Kultur e Zivilisation, quindi Nietzsche, Heidegger, Jünger, ma si sente anche l’eco di Augusto Del Noce. Sovente, ciò che è buono non è nuovo e ciò che è nuovo non è buono. La Kulturkritik di Boni Castellane è invece qualcosa di buono che è pure nuovo: questo è il pregio principale e la ragione dell’attenzione ricevuta da parte di un pubblico sempre più affezionato e numeroso. Il libro prende sul serio la fenomenologia sociale e culturale postmoderna, a partire dalla cosiddetta Quarta rivoluzione industriale, cioè quella digitale, per edificarci sopra un vero e proprio bilancio antropologico del nostro tempo. La critica della modernità parte in genere dalle fondamenta di questa, la secolarizzazione del Seicento, per giungere poi sino a noi. La prospettiva di Boni Castellane è rovesciata, si parla dell’oggi, dell’umanità di questi giorni, offrendo poi delle finestre attraverso cui osservare il percorso che dal moderno ci ha condotti fin qui. Chi pretende di leggere confortanti elogi di un qualche passato mitico è destinato a rimanere deluso, chi vorrebbe ridurre l’opera al figurino del reazionario fuori tempo non troverebbe appigli, perché I due mondi parla dei nostri tempi, alle persone di questa funesta fase storica: interpella direttamente tutti noi, negli aspetti più tipici della vita quotidiana, dai pagamenti della spesa alla idea di sessualità e di salute.

L’analisi del nichilismo contemporaneo, a differenza che in altre meta-critiche della modernità, è condotta con gli strumenti e con i riferimenti spirituali che la contingenza offre. L’esperienza è l’elemento chiave di questa ricostruzione che di reazionario non ha nulla, ma che ha il pregio di ravvivare le ragioni della spiritualità e dei valori tradizionali andando a snidare i topoi sociali e culturali dell’ideologia globalista transumanista. La decostruzione critica procede con acume perché si concentra sulle questioni attuali e quotidiane di vita, non è dettata dalla ripetizione un po’ stantia dei Valori, ma preferisce colpire gli apparati culturali cogliendoli nella capacità di condizionare e rendere infelice la nostra esistenza. Dalla terra ostile siamo transitati in una fase successiva, dove dominio della Tecnica, cioè massimo dispiegamento dei mezzi, e nichilismo, cioè massima relatività dei fini, si combinano in un attacco volto a superare definitivamente la società cristiana (anzi, ormai postcristiana, per meglio dire) verso l’orizzonte del Transumanesimo. Boni Castellane richiama il Nietzsche che profetizzò l’avvento dell’”ultimo uomo”, colui che non è mai stato così piccolo e tanto irrilevante. Se la terra ostile era uno spazio oggettivo, il Transumanesimo richiede una determinata antropologia, è soggettivo, pretende la formazione di un Uomo nuovo da modellare con la tecnica e la organizzazione sociale. Si potrebbe, in prima battuta, pensare che in fondo non c’è nulla di nuovo, si tratta della società tecnologica di massa che in nome dell’economico opprime l’individuo e i suoi valori più alti, interpellando quest’ultimo a una possibile ultima ribellione. L’analisi di Boni qui segna davvero una innovazione concettuale. L’assunto è che il Novecento è finito e con esso anche quella idea di modernità crepuscolare nella quale era comunque possibile ritagliarsi uno spazio da ribelle anarca: dal tempo della trincea e della mitragliatrice siamo passati a quello del digitale e delle comunicazioni globali. L’esperienza dell’ultimo uomo è diversa da quella del lavoratore novecentesco. Il dominio della Tecnica, nella unione tra digitale e biopolitica, afferma una Volontà di potenza che non necessita più di «dispositivi di indottrinamento e di controllo» poiché nel mondo della Intelligenza artificiale «non sarà più necessario formare il cittadino in quanto ciò che sfuggirà alle dinamiche sociali sarà intercettato e disattivato al suo sorgere»[1]. Frammenti essenziali della nostra esistenza, presidi indefettibili della libertà come denaro, salute, comunicazioni personali, sono ormai esperibili solo tramite dispositivi tecno-digitali che sfuggono al nostro controllo, e che possono invece essere attivati o disattivati a distanza. La vita-sotto-controllo della terra ostile produce condizionamenti antropologici profondi, rendendo, tecnicamente impossibile la via della ribellione. Il meccanismo della obbedienza è garantito dal legame stretto tra sicurezza e controllo, tra libertà e dispositivo, che finiscono per coincidere. La carta sanitaria è “venduta” come presidio di sicurezza, ma si “paga” assoggettandosi al controllo biopolitico. Una libertà così concepita diventa funzionale agli obiettivi stabiliti nei dispositivi tecnici che devono realizzarla, il gregge obbediente apprende così a usarla: l’obbedienza non deve essere più indotta da fuori, da un apparato autoritario, ma sta dentro le regole stesse della biopolitica digitale.
Il consumatore ideale e la-vita-a-debito
Il profilo dell’Ultimo uomo di Nietzsche prende forma dentro questo orizzonte nichilistico della società del globalismo realizzato. La Volontà di potenza del nichilismo tecno-finanziario è il vero motore di questa trasformazione sociale, che trova nella sinistra post-marxista del New Labour la soggettività politica più in sintonia. Non è solo il generico umanitarismo internazionalista a giocare a favore dell’alleanza tra sinistra globale e capitalismo spirituale, ma è proprio la radicalizzazione della dialettica dell’Illuminismo insita nel marxismo ad averlo condotto – in piena coerenza con le proprie permesse – ad abbracciare tale evoluzione negatrice della tradizione e perciò vissuta come rivoluzionaria. Lo smarrimento di vari nostalgici della sinistra del Novecento testimonia uno stato d’animo autentico, ma ragionare nei termini di un tradimento da parte della sinistra significa davvero precludersi la comprensione del presente, che vede la sinistra, in tutte le sue versioni da quella liberal a quella radicale, ormai perfettamente a suo agio nel governo dei presidi globali della terra ostile. Boni Castellane dedica pagine significative alla metamorfosi del lavoro, sottolineando come in Occidente esso sia stato ridotto non solo quantitativamente (la Cina e l’Asia sono ormai le fabbriche del mondo) ma anche culturalmente: da fattore, sia pure immanente, di identità ad attività ridotta a condizioni semi-schiavistiche. Con il paradosso che il lavoro impoverisce anziché arricchire. Il welfare è superfluo, non serve più. La nuova sinistra offre i “nuovi diritti”. Dall’operaio col posto fisso e sindacalizzato siamo passati al «precario apolide la cui effettiva forza-lavoro non consiste» altro che «nella vendita del proprio tempo in cambio di beni di consumo»[2].
Nella costruzione di questo Uomo nuovo incontriamo qui una categoria assolutamente centrale, quella del consumo. Superata la materialistica e borghese fase della divisione del lavoro, il consumo diventa il centro dell’esistenza, vero surrogato di senso stimolato in continuazione dalla creazione di nuovi beni attraverso la Tecnica e il digitale. Gli oggetti e i servizi da consumare diventano così la particola individuale del nichilismo reale, la intima e ultima ragione di una esistenza che per altri versi non solo si è impoverita ma è del tutto invivibile. Gli imperativi economici vengono convertiti in dogmi etici, così da giustificare il peggioramento delle condizioni di vita, compresa la deflazione salariale sempre più praticata specie in Europa. Il mondo della Tecnica offre nuovi consumi, come quelli digitali, che presuppongono dispositivi e forme di controllo. Questo passaggio è fondamentale, qui si giunge alla figura del consumatore-ideale che è l’idealtipo antropologico di questi tempi. Scrive infatti Boni, quando «le dinamiche di desiderio, e quindi di consumo, si innestano sulle dinamiche di controllo biopolitico, allora siamo approdati ad un nuovo tipo di società, una società che prevede l’esistenza di un uomo nuovo – l’Ultimo uomo dello Zarathustra, appunto – spogliato delle sue difese naturali, privato delle sue difese spirituali e depauperato delle sue difese cognitive. Questo uomo nuovo è il consumatore ideale»[3]. Ma non si tratta della intensificazione del paradigma novecentesco del welfare, ormai del tutto obsoleto e in via di smantellamento, visto che le premesse valoriali sono completamente mutate. Al centro oggi c’è la finanza, non il lavoro (che impoverisce), la quale produce inquinamento «più dell’industria pesante poiché il nome dei suoi rifiuti tossici è debito»[4]. La vita-a-debito è infatti la struttura economica che regge il modello antropologico del consumatore ideale, ne è il complemento necessario: il capitale finanziario non ha bisogno di mano d’opera ma di soggetti desideranti e consumanti, legati alla finanza dal meccanismo schiavistico del debito. Al posto del lavoro subentrano pertanto la sessualità e il corpo, Marx lascia il posto a Foucault.
Questo Uomo nuovo si regge su una narrazione ideologica e culturale che ha ispessito la critica dei valori tradizionali sino a ricomprendervi quei profili della modernità che ancora mediavano e lasciavano filtrare l’orizzonte metafisico e trascendente del cristianesimo. La furia disruttiva e negatrice della realtà, all’opera nella “cancel culture”, nel “gender”, nella lotta all’inesistente “patriarcato”, nella “escatologia climatica”, non si applica solo a quella dimensione trascendente entrata in crisi con la secolarizzazione, ma implica un rinnegamento totale persino della soggettività moderna laica e razionale. Il nichilismo realizzato del Transumanesimo ha abbandonato ogni idea del «fondamento del reale come limite»[5]; e nel mondo senza realtà dominato dalla narrazione non vale più il «fondamento razionalista cartesiano, né kantiano giacché il rifiuto della metafisica, una volta compiuto il cammino indicato da Nietzsche, giunge inevitabilmente alle sue conclusioni caotiche»[6].
Ma allora, che ne è non solo dell’uomo che ancora guarda il cielo, ma anche di quello convinto della esistenza di una realtà morale o anche solo razionale? Che ne è di chi si è chiuso in casa come piccola fuga nel bosco, e guarda fuori in attesa? Come può costui sopravvivere in questo mondo del nichilismo reale?
I due mondi: tra politica e metafisica
Qui subentra l’orizzonte dei “due mondi”. Secondo l’Autore, il nichilismo reale come sintesi suprema di scientismo, positivismo e post-cristianesimo, in una parola il Transumanesimo, è mosso da una Volontà di potenza che appare un processo senza un soggetto preciso: sì, ci sono figure che agiscono come portatori occasionali, talora persino inconsapevoli, sono le élite del globalismo e il ceto politico e intellettuale che vive su tale narrazione. Siamo di fronte a una causa prima spirituale che appare soggettivamente irresistibile ma che, alla lunga, è destinata a rivelarsi oggettivamente instabile, artefice di un ordine disfunzionale e caotico, regno di una autentica anomia sociale che distrugge persino le regole giuridiche della convivenza. La crisi dello Stato costituzionale di diritto sta dentro questa dinamica, dove la democrazia politica è sostituita dalle decisioni di un ceto di giudici e giuristi che rispondono ad astratti diritti umani globali senza alcun radicamento concreto, talvolta privi anche di rifermenti a norme scritte come vorrebbe la scienza giuridica moderna.
I “figli del Sole”, come chiama Boni Castellane coloro che non arrendono a questo stato di cose e alla narrazione, constatano ogni giorno la distanza che li separa dai “figli della Luna” che hanno scelto di abitare il mondo della irrealtà. La divaricazione è antropologica e spirituale e va sanata pertanto con mezzi idonei, che non possono essere forniti dalla politica, nemmeno nella sua versione conflittuale. Questa parte del testo è molto interessante, perché adombra un metodo per sopravvivere e resistere in terra ostile, che però deve tenere conto della oggettività del dispiegarsi della Volontà di potenza: ecco perché la politica, come ogni volontà soggettiva anche se svolta su base aggregata non basta. Il dominio della Tecnica è inarrestabile, e quindi, come profetizzava Heidegger, solo la divinità può salvarci. Boni Castellane sembra condividere questa premessa, ma suggerisce, a livello soggettivo, l’adozione di alcune modalità di predisposizione. Un nuovo passaggio al bosco sarà possibile rispettando alcune avvertenze. In primo luogo, liberarsi «del demone della dialettica», cioè fuggire ad ogni tentazione deterministica di sciogliere il conflitto tra i due mondi nello smascheramento ad opera di opinioni più razionali e demistificanti. Questo è un trucco che avvantaggia chi ha mobilitato forze archetipiche ben più profonde. In secondo luogo, coloro che intendono preservare la propria identità, devono prendere atto che il conflitto aperto è ormai impossibile, i dispositivi digitali segnano un controllo totale e la narrazione è pronta con organismi locali internazionali a neutralizzare ogni deflagrazione reale. Allora, come reagire alla ostilità aperta che simbolicamente e realmente permea i due mondi? Occorre allora praticare l’«appropriazione dello spostamento», a livello ideale, spirituale, culturale, valoriale e anche fisico, perché lo spostamento è «metafora del cambio di prospettiva, indice di risveglio e di consapevolezza; e gli affini si spostano si incontreranno inevitabilmente nelle stesse case»[7]. In terzo luogo, fornire un bersaglio al controllo digitale, alla mitragliatrice dei tempi nuovi, agli interruttori che spengono e attivano le nostre esistenze diventate ormai utenze misurabili a distanza: crearsi un doppelganger, una identità che ci faccia da scudo e che distragga il nemico dalla nostra condizione spirituale. E infine, elemento ulteriore di questo nuovo passaggio al bosco nella terra ostile, l’attesa. Il profilo del conflitto tra due mondi presenta una struttura simbolica, anche se non priva di realtà, che rende il conflitto aperto ormai impossibile. In questa tensione tra una Volontà di potenza distruttrice e una che punta a ristabilire il mondo della trascendenza, ebbene, coloro che si sono schierati con questa seconda hanno un alleato che è il vero fattore – metafisico, quindi non meramente organizzativo o politico – capace di fare la differenza. L’arma in più è il fatto che «il Nichilismo instaurato è intrinsecamente autodistruttivo»[8]. Ragione per cui occorre mettersi dal lato dell’attesa, perché chi ha scelto l’umano contro il Transumanesimo può constatare «la superiorità funzionale e pragmatica, per l’essere umano, della scelta di campo a favore» dei fatti e della natura delle cose[9].
Il libro è molto più ricco e articolato delle note qui raccolte. Ognuno potrà ritrovarsi perché il conflitto in corso, l’instaurazione dei due mondi, è qualcosa di metafisico e non di sociale, è spirituale prima che politico; quindi, interpella ciascuno a prendere una posizione, che non sarà nell’essenza né sociale e né politica. Destra e sinistra hanno ormai perso del tutto il senso che hanno avuto dalle rivoluzioni di fine Settecento sino a tutto il Novecento, oggi possono avere una funzione pratica nell’indicare il campo dell’immanentismo e quello della trascendenza. Ma non si deve credere che la lotta politica tra bene e male sia lo schema, ordine e caos, sia lo schema da utilizzare. Anche questo è figlio dell’artificialismo moderno che ha esiti potenzialmente nichilisti. Questo libro non serve per la organizzazione di soggettività politiche. Invita a pensare in maniera meta-politica, a riconoscere che l’inimicizia tra i due mondi è basata su strutture archetipiche ed eterne, che passano anche dentro di noi. Non ci può essere pertanto vittoria di parte; la sola vittoria è la sapienza di mettere il senso della propria vita a disposizione del bene, del bello e del vero.
Recensione a cura di Carlo Magnani
[1] B. Castellane, I due mondi, Milano, 2024, p. 18.
[2] Ivi, p. 34.
[3] Ivi, p. 37.
[4] Ivi, p. 65.
[5] Ivi, p. 88.
[6] Ivi, p. 86.
[7] Ivi, pp. 177-8.
[8] Ivi, p. 96.
[9] Ivi, p. 184.
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