Non solo le grandi famiglie, anche i social media oggi rivestono il ruolo di editori senza che però ciò sia regolamentato. Dei pallidi tentativi sono il Media Freedom Act o il Digital Service Act. Quali i pro e i contro?
Pochi pro e molti contro. Partirei da una constatazione: i fatti recenti ci hanno dimostrato che quasi tutto ciò che ci viene detto non corrisponde alle reali intenzioni. Il web e i social vivono in una specie di mondo che, anche da un punto di vista fiscale, gode di benefici mai visti; però questi strumenti legislativi, il Digital Service Act, il Media Freedom Act – un nome così accattivante, che già dovrebbe farci alzare le antenne – sembrano voler regolamentare il sistema ma, a mio avviso, nascondono altri intenti.
Siamo entrati in una fase parossistica di rimozione del dato di realtà e di riscrittura dei fatti: il sistema ha bisogno oggi più che mai del controllo e del monopolio su informazione e notizie. Per usare le parole del Presidente Mattarella, che ne ha parlato davanti ai rappresentanti delle agenzie di stampa internazionali, c’è bisogno di «media certificati, di notizie verificate». Ma certificati e verificati da chi? Quando il Presidente elogia i media come fonti di informazione di qualità primaria, vengono alla mente tutte le agenzie di stampa – anche grandi e prestigiose – che diffondono bufale o notizie molto imprecise o incomplete. Con i media mainstream – che definirei ‘di regime’ – il controllo e il monopolio non sono più un problema, avendo abdicato al ruolo di informatori seri e affidabili: sono solo cani da guardia delle istituzioni. Rimane il web, dove girano molte notizie non verificabili, in grande quantità e tramite numerosi canali. Il Digital Service Act nasce con questo intento di controllo, non per proteggere e tutelare la popolazione dalla disinformazione.

I cittadini hanno bisogno di queste tutele?
Aprirei una parentesi su questo atteggiamento paternalistico che tratta i cittadini come bambini o minus habens incapaci di discernere. Questa ansia di regolamentare l’online è allo stesso tempo la beatificazione dei media mainstream. Internet è nato come un progetto militare ed è stato usato a lungo per scopi di controllo e sorveglianza. L’11 settembre ha sdoganato questo tipo di comportamento: negli USA con il Patriot Act e da noi in altre forme. In seguito, la rete è stata usata per strategie di geopolitica: rovesciare governi sgraditi, cambiare regimi, le primavere arabe… Nel 2016 con la Brexit, l’elezione di Trump e quella di Bolsonaro – tre fatti imprevedibili a cui il sistema non era assolutamente preparato – i burattinai si sono spaventati, hanno detto: «attenzione, qui a causa della rete e dei social la gente non vota più come che vogliamo noi» e hanno fatto partire la prima stretta contro populismi, nazionalismi, razzismi etc. Nel 2020, poco prima dell’elezione di Biden, c’è stata una grande simulazione condotta dall’Aspen Institute per censurare ogni opinione contraria. Il World Economic Forum ha decretato che il principale problema mondiale nell’anno 2024 è proprio la disinformazione. Ursula Von der Leyen, prima delle elezioni europee, ha affermato che la disinformazione circola solo online ed è un virus da cui immunizzare la società; sono tutti segnali, puntini da unire per avere un quadro generale.
Si parla di infodemia come il nuovo male della società iperconnessa. Ci sono troppe notizie che rendono difficile capire quale sia la verità?
Si dice ‘lotta all’infodemia’, ma si legge ‘riduzione e controllo delle fonti informative’. In un contesto come quello che abbiamo descritto il problema non è la quantità di informazioni, purché l’utente verifichi, perché garantisce una pluralità informativa contro un monopolio di informazioni certificate e verificate; ben venga tanta informazione quando il giornalismo si è ridotto a far da portavoce del potere e quando, nelle notizie mainstream, la distinzione tra finzione e realtà ormai si confonde. Ci sono fonti di informazione definite autorevoli, quelle dove la gente va ad abbeverarsi e che sono sotto il controllo e il dominio di grandi gruppi e agglomerati finanziari, ossia fondi di investimento che hanno partecipazioni incrociate e controllano big media, big pharma, big data, big tech. C’è anche una filiera delle notizie, le principali agenzie di stampa: Bloomberg, Reuters, Associated Press […]
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