Al giorno d’oggi il termine ‘dipendenza’ è sempre più utilizzato, essendo entrando prepotentemente a far parte del linguaggio comune. Ma cosa significa realmente? E, soprattutto, quali sono le implicazioni per chi ne è colpito, per il ‘dipendente’? Innanzitutto, la dipendenza va intesa come l’incapacità di fare a meno di qualcosa, una forma moderna di sudditanza psicologica che induce l’individuo a legare la propria felicità esclusivamente all’oggetto della dipendenza. Quando tale oggetto è assente, la felicità scompare, innescando un ciclo infinito di assuefazione che finisce per alterare la percezione della realtà. Questa condizione mentale spinge a vivere unicamente per soddisfare la dipendenza, trascurando tutto il resto.
La droga è comunemente considerata l’emblema della dipendenza, ma il fenomeno si estende a molte altre fattispecie.
Senza la consapevolezza di quanto la dipendenza comprometta l’indipendenza della persona, questa attitudine ‘dipendente’ diventa una forma di schiavitù inconscia. Tale condizione, poi, è funzionale a certi poteri, che trovano la loro forza e la loro legittimazione proprio diffondendo nuove forme di dipendenza tra le masse, favorendo una società di individui sempre più legati alle proprie ‘catene’ piuttosto che liberi. Così, le dipendenze rendono le persone più docili, silenziose e facilmente manipolabili, trasformandole in strumenti del grande capitale: di fronte alla minaccia di perdere la propria dipendenza, la massa accetta passivamente qualsiasi compromesso.

Aldous Huxley intuì questa dinamica osservando come, negli Stati Uniti degli anni ’60, la diffusione delle droghe contribuì a sopprimere ogni rivolta giovanile spontanea, senza l’uso della forza. Parallelamente alle sostanze stupefacenti, la pornografia gioca un ruolo cruciale, con gravi effetti psicosociali: la pornografia odierna, definita ‘4.0’, quella fruibile su tutte le piattaforme e che strizza l’occhio all’intelligenza artificiale, rappresenta una trasformazione radicale rispetto a quella anni ‘60-’70’-’80 delle riviste come Playboy o dei film di Moana Pozzi, relegata al privato. All’epoca, la pornografia veniva fruita principalmente per curiosità o per il ‘fascino del proibito’: adolescenti e adulti che acquistavano riviste o guardavano quei film tendevano a non prenderli troppo sul serio. Anche con l’avvento dei DVD, l’interesse principale non andava oltre un’eccitazione momentanea, soprattutto per chi si avvicinava per la prima volta alla visione di corpi nudi o rapporti sessuali. Questo tipo di pornografia, per via di tabù sociali, era comunque ancora confinato a ristretti ambiti e destinato a pochi curiosi o adulti. Così, finché esisteva una morale, per quanto borghese, la pornografia era tollerata ma socialmente considerata deprecabile, criticata, vietata e spesso boicottata. Solo una ristretta minoranza la promuoveva apertamente, spesso con intenti anti-borghesi o anti-cristiani. Per il cittadino medio, invece, il porno rappresentava ancora un ‘pericolo’ per i minori e per la morale pubblica […]
VUOI CONTINUARE A LEGGERE QUESTO ARTICOLO?
ACQUISTA O ABBONATI ALLA RIVISTA:
-
FUOCO #16 – gennaio/febbraio/marzo 2025 (cartaceo)€6.50 - Prodotto in offerta
Abbonamento annuale – “Scintilla” (cartaceo) n.16-19Il prezzo originale era: €26.00.€20.00Il prezzo attuale è: €20.00. -
3 anni di “FUOCO” (anno I-II-III)€50.00

