Illuminarsi e rigenerarsi, “prendendo” il Sole

da Enzo Iurato

Li Sarracini adorano lu Sole era il titolo di un fortunato album della Nuova Compagnia di Canto Popolare, il gruppo napoletano di musica folk che ebbe un certo successo negli anni Ottanta del secolo scorso; il titolo rimandava all’errata attribuzione di un ‘culto solare’ ai Saraceni, cioè i pirati musulmani che dal Medioevo in avanti condussero ripetute razzie sulle coste dell’Italia meridionale, il cui simbolo e insegna era, in realtà, la Mezzaluna islamica, ma che – nell’immaginario popolare dell’epoca e presso le terrorizzate vittime delle loro continue scorrerie – probabilmente voleva sottolineare la diffusa opinione comune della completa e totale lontananza di quelle ‘strane genti’ dedite a ‘strani culti’. Altro che inclusione e accoglienza!

Ma, al di là di un tale equivoco storico, contrariamente a quanto sostengono gli storici delle religioni e gli antropologi, nessuno ha mai veramente adorato il Sole in quanto tale, fatta eccezione per qualche residua tribù primitiva e selvaggia, dov’è possibile riscontrare dei sedimenti superstiziosi, nel senso autentico ed etimologico del termine: sopravvivenze marginali di perdute conoscenze e dimenticate verità.

Nel sole, infatti, i popoli del passato non hanno mai visto nient’altro che la semplice e immediata rappresentazione tangibile della divinità, senza per questo cadere in una adorazione diretta ed esplicita dell’astro luminoso. Il richiamo al mito solare è sempre stato, in special modo, prerogativa delle popolazioni d’origine indoeuropea e nordica, le quali andarono espandendosi verso Sud, una volta costrette ad abbandonare la loro patria originaria nella sede artica a causa della sopraggiunta glaciazione: ivi stabilirono quindi tutta una serie di insediamenti che è possibile definire, a buon diritto, civiltà solari, anche scontrandosi al contempo con le altre civiltà dai caratteri tellurici e lunari, dalle quali si distinguevano nettamente: per la diversa visione del mondo, per il significato da dare alla vita, per il destino nell’oltretomba e per le corrispondenti cerimonie funebri, nonché per i culti religiosi e per i riti praticati.

A queste differenze, si aggiungevano quelle relative all’organizzazione della società, gerarchica e patriarcale, e al fondamento del prestigio personale basato sull’onore e sulla fedeltà e, di conseguenza, per l’autorità e il comando affidati a coloro che davano prova di indomito coraggio e di un’autentica diretta e reale comunicazione con le dimensioni superiori dell’Essere. 

Questa comune, luminosa appartenenza venne sempre celebrata da tali popolazioni, pur sotto varie forme e molteplici espressioni, col medesimo significato di rinascita a nuova vita, attraverso la celebrazione di riti, mantenutisi inalterati attraverso i millenni, legati al Solstizio d’Inverno e alla celebrazione del Natale del Sole invincibile, avendo nel suo ciclo annuale l’astro luminoso raggiunto il punto più basso sull’orizzonte terrestre, quasi fino a sparire, per poi tornare di nuovo ad alzarsi e risplendere, in una simbolica e significativa rinascita, che ognuno poteva – e può ancora oggi, se ne ha le capacità e la disposizione interiore – applicare a se stesso e al proprio personale ciclo e percorso esistenziale, fatto di nascita, crescita, declino e morte: seguito sempre da una nuova vita, rigenerata e vittoriosa […]

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