La caduta di Damasco

da Matteo Carnieletto

Il viale d’ingresso della casa di Bashar al Assad a Damasco è ormai privo di protezioni. Non ci sono più i soldati di guardia e neppure i vecchi uomini del partito Ba’ath, continuamente in attesa di un cenno del Presidente mentre consumano sigarette di un trinciato impossibile per noi da fumare. Un tabacco che ti taglia la gola, come il caffè turco e denso che ti offrono. A distanza di otto anni tutto è cambiato. Tutto è caduto. E ora, tra quei marmi in cui Assad ci aveva ricevuto con un abito blu un po’ troppo grande per lui, camminano uomini dalle barbe lunghe che i media, soprattutto i nostri, chiamano ‘ribelli’ mentre invece sono semplici jihadisti. L’esercito regolare non ha combattuto, ritirandosi in fretta e furia sia dal nord sia da est.

Si diceva lo facesse per difendere la capitale e il suo Presidente fino all’ultimo uomo. Ma così non è stato. Assad ha deciso di non combattere e così il Paese è finito nelle mani di Hayat Tahrir al Sham, la vecchia Al Nusra, la branca siriana di Al Qaeda. Il grande gioco ha deciso di passare anche da qui. Lo si capisce quando, il giorno prima della caduta della capitale siriana, fonti qualificate del regime ci inviano le condizioni, sottoscritte da entrambe le parti, per il passaggio di potere: «Inizio dell’attuazione della Risoluzione ONU 2254;  formare entro un mese un governo di unità nazionale sotto la supervisione di un team delle Nazioni Unite e della Lega Araba; Bashar al-Assad resta Presidente per un periodo di 6-9 mesi e cede gran parte dei suoi poteri al Primo Ministro concordato, che deve essere indipendente; scrivere una nuova costituzione per il Paese da un nuovo comitato, un terzo del quale è nominato dalle Nazioni Unite, un terzo da Damasco e un terzo dalla coalizione siriana; Russia, Iran e Turchia stanno monitorando il cessate il fuoco; tutte le forze si ritirano nelle loro basi e unità congiunte di polizia proteggono le città; tutte le forze straniere si ritireranno dal Paese fino alla fine del 2025; il nuovo governo chiede elezioni presidenziali e parlamentari con nuovi nomi dopo 6-9 mesi». 

È chiaro che non si combatterà. Anche perché, a distanza di quattordici anni dall’inizio delle Primavere arabe, nessuno ha più voglia di farlo. Sul campo ci sono oltre cinquecentomila cadaveri e nessuno vuole essere il prossimo. Sono troppi. Quando i jihadisti prendono Aleppo, gli abitanti hanno una sola preoccupazione: i bombardamenti dei russi e del governo. Anche chi ha sostenuto il regime, e che ha combattuto per esso, questa volta è stremato. I civili, che fino a poco tempo fa denunciavano il terrore dei tagliagole jihadisti anche quando questi erano dentro la città, preferiscono tacere: «Scusa ma questa volta non voglio parlare, non sappiamo cosa accadrà», ci dicono. Ed è vero. È meglio essere cauti. Anche perché nessuno avrebbe mai pensato che, nel giro di una settimana, la dinastia degli Assad sarebbe caduta. E nel modo peggiore. Già, perché dopo ore di incertezza l’ormai ex Presidente ricompare, insieme alla sua famiglia, in Russia. Dopo averlo sostenuto militarmente ed economicamente per anni, Vladimir Putin gli concede l’asilo politico. Ed è strano pensare che tutto questo sia accaduto a otto anni esatti dal mio incontro con Assad. Era, quello, un mondo completamente diverso. Lo si comprendeva già quando, dopo aver oltrepassato la valle della Bekaa recentemente bombardata dagli israeliani, si cominciavano a vedere i poster raffiguranti la trinità laica della Siria: Bashar al Assad, il Presidente; Hassan Nasrallah, il capo del partito di Dio che fin da subito si è schierato al fianco di Damasco; e, infine, Vladimir Putin, che il 30 settembre del 2015 era sceso in campo per difendere la Siria. All’epoca la Russia, nonostante le frizioni internazionali, era ancora un solido partner per il nostro Paese. Ora, dopo l’invasione dell’Ucraina, non lo è più. Nasrallah è stato eliminato in un incredibile raid di Tel Aviv, che ha sconquassato il sud di Beirut e che ha decapitato la leadership del Partito di Dio; rimaneva soltanto Assad. Ora non c’è più nemmeno lui. Ha deciso di raggiungere Mosca. Lo ha fatto quasi controvoglia. O almeno così ha detto, in una lettera pubblicata sui canali dell’ormai ex presidenza, dato che nessun media aveva deciso di dargli voce: «La mia partenza dalla Siria non era stata pianificata né è avvenuta durante le ultime ore delle battaglie, come alcuni hanno affermato. Al contrario, sono rimasto a Damasco, svolgendo i miei compiti fino alle prime ore di domenica 8 dicembre 2024. Quando le forze terroristiche si sono infiltrate a Damasco, mi sono trasferito a Latakia in coordinamento con i nostri alleati russi per supervisionare le operazioni di combattimento». In realtà, una fonte della presidenza contattata da Fuoco smentisce, quasi in lacrime, le parole di Assad. Da tempo, infatti, si preparava a lasciare il Paese. «Ci ha illuso – racconta la fonte – e poi ci ha abbandonati. Ci sentiamo traditi dopo averlo servito per così tanti anni». Sarebbero stati i russi a chiedere al Presidente di lasciare il Paese: «Ciò è avvenuto il giorno dopo la caduta di Damasco, in seguito al crollo delle ultime posizioni militari e alla conseguente paralisi di tutte le restanti istituzioni statali». La Siria – conclude il Presidente che fu, nel suo esilio russo – è finita nelle mani dei terroristi. E ha ragione. Solo che nessuno vuole dirlo […]

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