JOHN RUSKIN SULL’ARTE TRADIZIONALE

da Eduardo Ciampi

La comprensione dell’opera di René Guénon, e quella di altri esegeti della Tradizione che hanno seguito il solco da lui tracciato,[1] offre la possibilità di approcciarsi a qualsiasi lavoro letterario o artistico con uno ‘sguardo’ capace di scrutare immediatamente nelle profondità dell’opera in questione e scorgerne quel filo rosso che connette il Cielo con la Terra, ovvero d’individuare quella dimensione verticale che ogni opera di genio artistico possiede; e laddove non vi sia, ebbene non si tratta di arte, ma solo divertimento. L’intellettuale inglese John Ruskin aveva immediatamente individuato la questione:

Il primo grande principio che dobbiamo tenere bene a mente quando trattiamo tale materia è che il fine dell’Arte non è di ‘divertire’; e che ogni Arte che proponga il divertimento come propria finalità, o che sia cercata per tale scopo, non può che essere di categoria inferiore, e probabilmente anche nociva. (‘Cestus of Aglaia’, 1866, da E. Ciampi e A. Di Adamo, John Ruskin e la Musica attraverso l’arte figurativa, Discendo Agitur, 2022)

In questo passo emerge con chiarezza, dall’etimologia del termine inglese amuse (divertirsi) – che col suo prefisso a- privativo esprime la negazione della parola muse (ispirarsi) – che la vera arte non possa avere nulla a che fare col divertimento, checché ne possa dire il moderno fruitore di tutte quelle forme di pseudo-arte contemporanea, ormai alla portata di mano di tutti. Il potere creativo dell’artista autentico sta peraltro nella disponibilità di annullare il proprio ego, rendendosi altresì strumento passivo nelle mani delle Muse, quindi, secondo Ruskin:

Non potrà mai essere egocentrico. Tutto il suo potere è legato alla perdita del senso della propria esistenza e al diventare un semplice testimone e uno specchio della verità, uno scriba di visioni. (John Ruskin, Opere, a cura di G. Leoni, Laterza, 1987)

E a dare ulteriore forza a queste riflessioni, che tendono ad esaltare la dimensione spirituale dell’opera di Ruskin, invitiamo il lettore a meditare sulla seguente fondamentale premessa:

La funzione e l’utilità dell’uomo (e chi non ammette ciò non mi segua oltre, poiché questo è il mio presupposto costante) consistono nel testimoniare la gloria di Dio, accrescendola attraverso una ragionevole obbedienza e la felicità che ne consegue. (John Ruskin, Opere, a cura di G. Leoni, 2014, Laterza, 1987)

Già queste citazioni sono più che sufficienti – per chi ha occhi per vedere e orecchie per udire – per intuire la prospettiva tradizionale di Ruskin. Ovviamente, egli non poteva aver letto Guénon – che si esprimerà qualche decennio dopo la sua morte, avvenuta nel 1900 – e non poteva fruire di quella sua precisione di linguaggio, necessaria ad affrontare le più elevate dimensioni conoscitive, ma aveva maturato un bagaglio di studi e d’esperienze riguardo alla religione, alla mitologia, al simbolismo e al significato profondo dell’arte, da poter essere considerato a pieno titolo un intellettuale fedele alla Tradizione.

John Ruskin (1819-1900) è una delle più straordinarie figure intellettuali della cultura vittoriana, noto soprattutto per le sue particolari competenze nel campo dell’arte figurativa e dell’architettura. È passato alla storia come grande critico d’arte ed esperto di restauro, tuttavia il suo pensiero ha offerto molto di più. Egli non manca mai, nei suoi studi e nelle sue conferenze, di stupire il fruitore attento attraverso approfondimenti di natura filosofica e spirituale, dissertando su religione e morale, discipline a suo parere fondamentali per l’educazione dell’umanità del suo tempo, umanità che egli già vedeva sviata verso il falso mito del progresso ed incanalata in un sistema di produzione e consumo decisamente accelerato e innaturale. La sua lucida critica al sistema scientista ed evoluzionista in grande voga nel XIX secolo lo pose come voce fuori dal coro; gli ideali progressisti ed egalitari cavalcati con orgoglio e ottimismo dal pensiero unico della sua epoca non erano certo nelle corde di Ruskin, il quale risultò presto scomodo per la nascente ideologia democratica della sua epoca; e come avrebbe potuto essere accettato chi affermava le seguenti parole?:

Se c’è in tutti i miei scritti una questione su cui insisto più frequentemente, questa riguarda l’impossibilità dell’Uguaglianza. […] Il mio desiderio continuo è quello di mostrare l’eterna superiorità di alcuni uomini rispetto ad altri, a volte perfino di un uomo su tutti gli altri. Desidero anche mostrare quanto sia conveniente mettere queste persone in condizione di guidare, condurre, o, in date occasioni, persino costringere e sottomettere quelli che sono inferiori secondo la loro maggiore conoscenza e la più saggia volontà. (John Ruskin, Cominciando dagli ultimi, San Paolo, 2014)

Al di là delle sue specifiche pubblicazioni saggistiche, la maggior parte delle quali è stata già tradotta in lingua italiana, egli si distinse anche come brillante conferenziere.[2] Ogni sua lezione – affrontando aspetti della società a lui contemporanea, gravida d’immancabili contraddizioni – invita decisamente l’ascoltatore (così come oggi il lettore) al riconoscimento della propria dignità umana, ovvero lo conduce, attraverso un percorso spesso articolato, ad un consapevole e auspicabile ricollegamento con le proprie radici celesti. Fortemente radicato nella tradizione cristiana e nei suoi valori religiosi, Ruskin diffida della storia intesa come progresso evolutivo, ma la intende come un insieme di momenti differenti di una medesima verità: la Rivelazione.

Ruskin si auspica infatti che la coscienza operativa dell’artista sia in grado di permettere al fruitore, attraverso un saggio uso del simbolismo, di risalire comunque alle idee primordiali che l’uomo-artista sente la necessità di rappresentare, osservando la bellezza del creato. Riesce persino a intravvedere interiori processi alchemici che il fruitore dell’opera d’arte è chiamato ad attivare:

Tutti gli elementi di ogni grande espressione artistica sono educativi nel modo più puro, ovvero in modo indiretto e segreto, così da potervi migliorare solo se voi stessi state già facendo sforzi decisi in tal senso; e quando vi avrà veramente migliorato, ciò sarà avvenuto in parte accettando integralmente il suo influsso continuo e impercettibile, a tal punto che non ne sarete più coscienti di quanto lo siate di una buona digestione. (John Ruskin, La Regina dell’Aria ed Ercole di Camarina, Casadeilibri, 2025)

In un’epoca come la nostra che tende a indurre a una progressiva perdita dell’identità umana, e che sta irresponsabilmente proponendo persino perverse e inquietanti prospettive transumaniste, il pensiero di John Ruskin di circa 150 anni fa, si rivela un salutare toccasana: sono vere e proprie lezioni di Umanità, che non hanno  nulla a che fare con un vago afflato d’umanesimo, o peggio ancora di neoumanesimo, ma tendono altresì a riflettere l’Immagine divina presente in ciascun essere umano, in modo tale da poter incoraggiare la ricerca della Somiglianza.


[1] A tal proposito suggeriamo la lettura della nostra raccolta Esegeti della Tradizione. Religio Perennise pensiero profondonel XX secolo (Il Cinabro, 2025).

[2] La bibliografia in lingua italiana dell’opera di Ruskin ne ha presentato recentemente alcune raccolte: Il Nido dell’Aquila (Discendo Agitur, 2019), Lezioni d’Umanità (Viale Carso, 2022) – pubblicazione che contiene le raccolte complete di Sesamo e Gigli e La Corona dell’Ulivo selvatico – nonché Lezioni sull’Arte (Irfan, 2022) e La Regina dell’Aria (Casadeilibri, 2025).

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