In un pomeriggio come altri, di rientro da una giornata di lavoro dall’alto stress psico-fisico, mi rimetto in auto alla volta di casa. Chiuso il pc, chiuse le telefonate, terminate le rotture di palle legate alle ore appena trascorse, è necessario disinnescare i pensieri infestanti del lavoro e lasciare spazio ad un po’ di leggerezza. Magari attraverso quella musica leggerissima che filtra per le casse dello stereo e che, al di là del tormentone sanremese, concilia nell’allentare le tensioni accumulate.
Non ho pretese, è evidente, poiché so bene che il ri-equilibrio interiore non lo si ritrova sulle onde a modulazione di frequenza, soprattutto se consideriamo il livello musicale sempre più basso dominato dai contemporanei ‘trappisti’ che, lungi dall’essere illuminati monaci cistercensi, sono oscuri demoni che fanno trap, ovvero la ‘non musica’, espressione del loro disagio e di chi li ascolta.
E così, per pura casualità, mi imbatto in un brano degli 883. Quelli dei tempi d’oro, puro stile anni ‘90 on the road, quando il gruppo era formato da un cantante con bella voce e pochi capelli e da un compagno senza voce ma con tanti capelli; il primo cantava, e anche bene, il secondo ballava, e anche male, divenendo quest’ultimo un mistero all’interno della formazione. I loro brani, sinonimo di musica leggerissima, ci hanno accompagnato per buona parte dell’ultima decade del secolo scorso e, al contrario di certi radical chic, non ci vergogniamo di dire che li abbiamo anche cantati e apprezzati. Per carità, agli 883 preferiamo i capolavori artistici di un Franco Battiato o di un Giovanni Lindo Ferretti, per fare facili esempi; tuttavia, alcune canzoni culturalmente meno accreditate, perché apparentemente frivole, non solo svolgono la sana funzione di ristoro ma possono anche stimolare riflessioni.
Alzo il volume… ‘Ed il vento mi sta sussurrando: ‘non ti fermerai / C’è qualcuno che ti aspettando, tu sai dove andrai / Nord, sud, ovest, est e forse quel che cerco neanche c’è / Nord, sud, ovest, est, starò cercando lei o forse me?’. Guarda che sorpresa! Nel tormentone anni ‘90, così sempliciotto e provinciale, si ritrova un messaggio che va al di là del mellifluo romanticismo e non si limita al viaggio nei luoghi dell’anima, stile U2, ove ‘I still haven’t found what i’m looking for’ perché ‘the streets have no name’. Zitti zitti, gli 883 lanciano un pezzo che rimanda a un tema caro alle saghe cavalleresche, e non solo: la donna amata è la guida che dirige il cavaliere nella Cerca, ricordandogli la meta da raggiungere lungo un percorso costellato di sfide, prove, pericoli, in cui il coraggio, l’onore, la perseveranza, sono virtù indispensabili per trascendere i limiti umani e pervenire allo stato eroico. La donna amata, reale o presunta che sia, quale espressione simbolica dell’amore spirituale che guida il lavoro di conoscenza e rettificazione interiore, al fine di pervenire alla Sapienza. Così, nel rapporto con la donna, l’uomo conosce se stesso. Mica così banale…

Ora, vi chiederete, ma è possibile che il buon Max Pezzali si sia ispirato all’amor cortese o avesse in mente la celebre frase di Beatrice al Poeta ‘io son colei che ti faccio andare’? Probabilmente no, ma di fatto il tema della canzone, adattato ai tempi nostri, rimanda a un concetto importante e, così, anche la donna di ‘Nord, sud, ovest, est’ – avete capito bene, la canzone degli 883 –, sembra la personificazione di un ideale da perseguire lungo un viaggio faticoso che, nonostante lo scoramento (‘e forse quel che cerco neanche c’è’), deve essere condotto fino al termine poiché solo così è possibile conoscere sé stessi (“starò cercando lei o forse me?”). Consapevoli che, comunque sia, tutto va ‘come deve andare’, altro prezzo storico della band milanese.
Voliamo troppo alto? Forse sì e qualche purista starà storcendo il naso, ma a noi il gioco piace e ci abbiamo preso gusto. Parte un altro pezzo degli 883 e un altro ancora: alle riflessioni cosiddette ‘elevate’ segue il momento in cui i vecchi ricordi corrono sul piano emozionale. Come dimenticare le serate ad attaccare manifesti, dove dalle casse un po’ gracchianti dell’autoradio una musicassetta suonava ‘Hanno ucciso l’Uomo Ragno’? Erano i giorni in cui spronavamo i giovani del quartiere a ribellarsi all’imborghesimento e all’addomesticamento imposto dal Sistema, a rimettersi in piedi per riscoprire la bellezza propria alla giovinezza di spirito e alla purezza d’animo. Serate militanti in cui, a modo nostro, stavamo dalla parte dell’Uomo Ragno, eroe moderno dell’infanzia di noi bambini occidentali, ucciso dalla maleodorante società del benessere, individualista e materialista, fondata sull’utile, il compromesso ed il profitto. Un po’ nostalgici e sognatori, si tornava a casa tardi e, nonostante tutti gli accorgimenti per non fare rumore, ecco puntuale la cazziata delle 4 di notte: ‘Questa casa non è un albergo, per fare quello che vuoi. Non ne possiamo più io ti avverto, dei porci comodi tuoi!’. Ma che ne sapevano loro della militanza, pensavi, mentre nella testa echeggiava il finale un po’ rock ed un po’ punk di quella canzone… Anni spensierati, di lotta e sacrificio, anni in cui gettavamo le fondamenta del nostro cameratismo, sapendo di poter contare l’uno sull’altro, ‘gli anni del “Tranquillo, siam qui noi”…’.

Lungo i pochi chilometri che ancora mi separano dall’arrivo, lascio da parte l’operazione nostalgia del ‘quando c’eravamo noi’ – negli anni delle ‘immense compagnie e del motorino sempre in due’ – per dedicarmi all’ascolto dell’ultima canzone che, ancora una volta, rimanda alla militanza. Ma ora non ripenso al passato e a quello che eravamo, ma a quello che oggi siamo grazie alle esperienze vissute con garbo e a muso duro, cicatrici e tatuaggi a duratura memoria. ‘Di tutta ‘sta gente solo noi siam rimasti uniti, senza fotterci mai. Sull’amicizia e sulla lealtà ci abbiam puntato pure l’anima. (…) Quanti in questi anni ci han deluso. Quanti col sorriso dopo l’uso ci hanno buttato’.
Come non pensare al cameratismo e alla fratellanza costruita nel tempo, roccia per una milizia fondata sulla formazione interiore, preludio di ogni seria e costruttiva modificazione della realtà circostante. O, al contrario, ai tradimenti e alle miserie umane che hanno imposto di mettere da parte l’orgoglio e l’amarezza, trovando un superiore distacco dagli eventi. D’altronde, perché meravigliarsi quando il livello dell’essere umano è profondamente degradato e i legami sociali vanno sempre più dissolvendosi? ‘È la dura legge del gol. Fai un gran bel gioco, però se non hai difesa gli altri segnano, poi vincono. Loro stanno chiusi ma alla prima opportunità, salgon subito e la buttan dentro a noi’.
Tralasciati gli sterili sentimentalismi che vincolano al passato, l’unica cosa che vale è rimanere fedeli ai Principi tramandati dai nostri Padri e continuare a lottare lungo la strada dell’onore e della fedeltà. Indipendentemente dalle temporanee sconfitte e dai possibili e futuri tradimenti, avere la certezza che la guerra non sarà mai persa se lo stile di vita dell’uomo nobile resterà integro. Per dirla con gli 883, ‘è la dura legge del gol. Gli altri segneranno però, che spettacolo quando giochiamo noi. Non molliamo mai, loro stanno chiusi ma cosa importa chi vincerà. Perché in fondo lo squadrone siamo noi. Lo squadrone siamo noi’.
Così, ne siamo sicuri, non sarà mai perduta la vera “rotta per casa di Dio”.
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