Il male americano

da Eduardo Zarelli

Georges Clemenceau icasticamente si espresse in modo assai puntuale in merito agli Stati Uniti: «L’America è l’unica nazione della storia che sia passata direttamente dalla barbarie alla decadenza, senza la solita fase intermedia di civiltà». Gli americani sono estremamente diversi dagli europei, molto più di quanto credano questi ultimi, che d’altra parte hanno raggiunto un livello di assoggettamento agli interessi degli Stati Uniti senza pari, ma lo schema di anomia e rottura dei riferimenti politici e sociali è lo stesso: i ceti popolari contro le élite globalizzate, gli abitanti contro gli apolidi, il popolo contro i cittadini del mondo, il basso contro l’alto. Indipendentemente dall’esito delle elezioni 2024 per la presidenza degli Stati Uniti, questa opposizione disgregativa si è cristallizzata per dare origine a due blocchi che arrivano al richiamo esplicito della violenza e al conflitto civile. Da una parte e dall’altra non si vuole vincere delle elezioni, ma annientare un nemico antropologico.

Ciò significa che le questioni politiche sono ormai subordinate a una guerra culturale. Sono cioè in gioco concezioni del mondo differenti e in tal senso andrebbe interpretato il rapporto critico con l’atlantismo, in favore della consapevolezza europea per un mondo multipolare che ci emancipi dall’unilateralismo dominante. Scrive in tal senso lo statunitense Jeffrey D. Sachs, professore di economia di fama mondiale presso la Columbia University, che «L’obiettivo americano è l’egemonia, o il dominio, su Russia e Cina. Si tratta di un pensiero imperiale: se gli Stati Uniti non dominano la Russia e la Cina, allora la Russia e la Cina domineranno gli Stati Uniti. Si tratta di una mentalità molto pericolosa, perché porta a conflitti senza sosta e al rischio sempre presente di un’escalation verso la guerra nucleare. Parte della motivazione degli Stati Uniti è l’arroganza, la convinzione della superiorità americana. In parte è paura, basata sull’ignoranza di Russia e Cina e su idee molto semplicistiche sulle motivazioni di questi Paesi. In parte è finanziaria, perché la guerra è un grande affare, con oltre mille miliardi di dollari all’anno di spese militari statunitensi». 

Partiamo quindi da qui. Discutere della realtà americana ci dice qualcosa non soltanto su di loro, ma anche su noi stessi, l’estremo Occidente e i rapporti internazionali. Per comprendere il senso profondo dell’indole americana bisogna partire dalle origini, cioè dal progetto politico che è alla base degli Stati Uniti. La federazione nordamericana è una delle espressioni della modernità più riuscite nell’ideologia universalista. Questa si fonda su una sorta di etnocentrismo mascherato, perché considera universali dei valori particolari – in questo caso, i valori occidentali – e crede che tutte le culture del pianeta debbano conformarsi a questi. Nella modernità l’Occidente ha utilizzato tutti i mezzi per imporli. I missionari hanno cercato di convertire il resto del mondo nel nome della ‘vera fede’, i militari nel nome del ‘progresso’ e della ‘civiltà’, i capitalisti nel nome del ‘libero scambio’ e dello ‘sviluppo’. Gli Stati Uniti hanno svolto un ruolo centrale in questo fenomeno.

I fondamenti biblico-puritani della loro cultura hanno nutrito una evidente presunzione redentiva nei confronti del mondo esterno e una mimetica logica imperialista – formale e informale – che ha come scopo quello di convertire il resto del mondo all’American way of life. Come non ricordare le parole del presidente John Adams, che parlava degli Stati Uniti come di una «Repubblica pura e virtuosa che ha il destino di governare il globo e di introdurvi la perfezione dell’uomo». È la celebre dottrina del Destino manifesto, che vede gli americani, popolo eletto da Dio, impegnati in un’opera di evangelizzazione planetaria e contrapposti all’Europa non solo come «potere a potere» ma come «altare ad altare» (Klemens von Metternich). Il tutto, senza esclusione di mezzi: raccapriccianti, ad esempio, le parole di Benjamin Franklin, il quale considerò l’alcool venduto agli Indiani d’America come un mezzo fornito dalla Provvidenza, al fine di «distruggere questi selvaggi per lasciare spazio ai coltivatori della terra» […]

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