In occasione delle elezioni americane le cronache dal cuore dell’impero si fanno sempre più presenti lungo l’intero arco comunicativo mediatico occidentale e, se è consuetudine concentrarsi prevalentemente sulle figure dei candidati presidenziali Donald Trump e Kamala Harris, si tende a trascurare la scelta dei vicepresidenti i quali, a differenza delle precedenti tornate, avranno l’onere di ricoprire un ruolo strategico, soprattutto per quanto riguarda la scelta repubblicana: James David Vance.

Vance è assurto all’onore della cronaca nel 2016 grazie al successo – ad oggi, tre milioni di copie vendute – del suo romanzo Hillbilly Elegy. Come avremo modo di vedere la parola ‘hillbilly ‘, che si potrebbe tradurre con ‘montanaro’ o ‘buzzurro’, porta con sé non soltanto un significato culturale e identitario fondamentale ma costituisce un’interessante cesura tra un candidato presidente come Trump, a cui vanno ascritti pragmaticità, operativa e portato secolarizzante, e J.D. Vance, possibile vicepresidente il cui raggio d’azione è guidato dalla politicizzazione e dall’ideologia. Hillbilly Elegy è una biografia dallo spiccato richiamo politico, il romanzo lo si potrebbe benissimo intendere come un vero e proprio manifesto.
Incentrato principalmente sulla vita personale di Vance, nato e cresciuto tra il Kentucky e l’Ohio, il libro affronta sistematicamente due macro questioni tra loro inestricabilmente intrecciate: la crisi della Rust belt – la regione compresa tra i monti Appalachi e i Grandi Laghi, da tempo invischiata in quello che sembra essere un inarrestabile processo di delocalizzazione – e la sconsolante condizione di una fetta considerevole dei suoi abitanti: gli hillbilly, vittime del processo di globalizzazione. L’intero arco della narrazione di Vance, e ancora di più la trasposizione di Netflix, si prestano alla mitologia del sogno americano: l’infanzia e l’adolescenza di J.D. costituiscono un efficace affresco della precarietà in cui versa una sostanziale fetta d’America, quella che spesso e volentieri Hollywood lascia nella penombra, preferendole la vittimizzazione nera; scelta in pieno ossequio al dogma multiculturale del politicamente corretto. Lungo il racconto, foriero di dettagli relativi al disagio famigliare dello stesso J.D., si dipanano una serie di costanti comuni afferenti alla povertà bianca denominata sprezzantemente ‘white trash’.
Perno fondamentale su cui si regge l’intera opera sono i concetti di instabilità e rassegnazione: instabilità abitative ed emotive causate da una madre tossicodipendente abituata a cambiare con disarmante facilità compagni e mariti. A farne le veci una nonna (mamaw) decisamente fuori dai canoni, la cui ostinazione nei confronti del nipote porterà quest’ultimo a non farsi inghiottire da quelle che paiono essere le uniche vie d’uscita: droghe e sussidi. Da questa precarietà fanno capolino quelle insanabili ferite lasciate dalla Guerra civile; dalle loro lacerazioni il sangue non ha mai smesso di sgorgare e la politica americana continua ad abbeverarsi. Infatti, è tradizionalmente questa la parte di popolazione impiegata come carne da cannone – l’autore utilizza un termine usato prettamente negli Stati Uniti: Scotch-Irish – negli svariati contesti bellici. Sono passaggi come questi che gettano luce su un ulteriore disagio americano: quello relativo alla classe dirigente bianca, quella destinata a divenire minoranza, principalmente anglosassone e germanica (Deutschamerikaner), come lo stesso Donald Trump, il cui vero cognome è il teutonico Drumpf […]
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