La regola di San Benedetto

da Gennaro Malgieri

Angeli nascosti. Sono i monaci. Custodi del silenzio. La preghiera e il lavoro esalta il loro spirito e li congiunge a Dio. Vivono per legare la materialità alla trascendenza. Il mondo non li conosce, eppure sono nel mondo, ma separati dai suoi effimeri trionfi. E chiudono gli occhi sul mondo quando la loro missione è compiuta. Nelle antiche abbazie d’Occidente, come nei monasteri d’Oriente, lo straziante dolore dell’umanità arriva accolto dal canto dei salmi, dalle regole di vita immutate da oltre un millennio, dall’odore dell’incenso e dal sorriso appena accennato di uomini e donne che hanno scelto di legarsi all’Eterno quando neppure più l’effimero è attraente. I muri antichi grondano mormorii sempre uguali a se stessi e le stagioni che entrano nelle segrete stanze recano profumi che, con devozione, i monaci conservano. Sono i custodi più gioiosi di tradizioni che non mutano. E perciò si propongono come apostoli di una fede non scalfita dalle mode, né dalle esigenze dei costumi. Sono i soli esempi viventi di una spiritualità che ancora parla al cuore di chi sa ascoltare. 

Li ho incontrati nel mio lungo peregrinare ai quattro angoli della Terra soffermandomi, quando potevo, nelle loro ‘case’, accolto dal sorriso e dalla preghiera. E constatando – come scrive, nella sua Ascesi cristiana, uno dei più esemplari monaci benedettini del secolo scorso, padre Anselmo Stolz, salito al Cielo a soli quarantadue anni, noto per il suo straordinario misticismo – che «il monaco tende alla stessa perfezione che anche il cristiano vivente nel mondo vuole conseguire; applica però mezzi speciali per poter darsi più liberamente a questo studio. La vita monastica non è di per sé una garanzia per arrivare alla santità e neppure produce un’altra perfezione distinta dall’ideale cristiano ‘ordinario’. San Giovanni Crisostomo esprime chiaramente l’identità dell’ideale monastico con quello del cristiano vivente nel mondo: “Quelli che vivono nel mondo, benché siano sposati, devono in tutto il resto essere simili ai monaci”». Un’impresa titanica, si dirà, ma forse la tendenza soltanto basterebbe a colmare il divario tra l’indifferenza verso il sacro e la conquista della contemplazione come comportamento costante.

In tempi di religiosità approssimativa e confusa, del resto, i riferimenti alle uniche figure esemplari dello spiritualismo occidentale più profondo sono quasi d’obbligo per chiarire, se non altro, che cosa significa oggi aprirsi al sacro, individuare il trascendente, vivere in una dimensione metafisica. 

La modernità, tra le altre cose, ha dissipato il patrimonio che per secoli è stato il fondamento della civiltà europea e occidentale. Al punto che oggi ci si scopre fragili e angosciati di fronte alle grandi domande che l’esistenza pone e ai fini ultimi che l’uomo dovrebbe perseguire. La prevalenza del determinismo e della materialità sull’essenza metafisica della dimensione umana è la ragione del lungo lamento che, come lugubre colonna sonora, accompagna i nostri giorni tormentando le irriconoscibili anime le quali, come impaurite, cercano talvolta in false esperienze spirituali – la new age, per esempio – effimeri appagamenti alla fatica di esistere. E, non ultima, l’aggressiva penetrazione di altre ‘metafisiche’ nel cuore del nostro mondo di occidentali, disposti ad accogliere ogni cosa, ma pronti a respingere la nostra stessa tradizione, ha reso irriconoscibile il rapporto delle nostre società con l’Essere; società che non mettono più al centro delle loro azioni la persona, ma il suo simulacro, vale a dire l’homo consumans. Eppure, le figure esemplari evocate non mancano. Basta saperle riscoprire, magari vicine a noi, come lo sono i sempre più sparuti abitanti dei monasteri, sotto la patina della distrazione e dell’indifferenza che da tempo immemorabile le ricopre. Quando Joseph Ratzinger, affacciandosi da Pontefice romano, alla Loggia centrale della Basilica di San Pietro il 19 aprile 2005, si fece riconoscere con il nome di Benedetto, il pensiero corse naturale a San Benedetto da Norcia, il fondatore del monachesimo occidentale. E in tanti, forse tutti, si chiesero chi fosse quel mistico operoso che in tempi oscuri almeno quanto i nostri, fondò un grande monastero, diede vita a un ordine, contribuì al rinnovamento della Chiesa di Roma che viveva una delle stagioni più controverse della sua storia. Non molto, a dire la verità, si è scritto nel secolo passato su San Benedetto, la cui opera è paradossalmente conosciuta maggiormente fuori dai confini italiani, in particolare in Germania e in Austria, ma anche in Francia e in Gran Bretagna, dove la spiritualità benedettina è stata assunta a fondamento di una religiosità particolarmente sentita al punto che il Santo, come si sa, venne proclamato «protettore d’Europa». E con ragione, al di là dell’aspetto strettamente religioso. […]

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