La verità è che siamo già tutti impegnati in una battaglia, anzi in una guerra vera e propria, anche se non ce ne rendiamo conto. Siamo dentro un conflitto nostro malgrado, una guerra che è stata scatenata contro di noi, dall’alto verso il basso (anche se, vedremo, si tratta soprattutto di una guerra dell’infero verso l’altissimo). Ci viene imposto di adottare nuovi stili di vita e di adattarci a una “nuova normalità”. Le nostre condizioni economiche peggiorano, la libertà di pensiero viene pesantemente condizionata, la libertà di parola subisce notevoli limitazioni. I nostri stessi corpi sono al centro della contesa: sono terreno di scontro politico e ideologico, dobbiamo combattere per rivendicarne il possesso.
Da qualche tempo in Europa (e forse in tutto l’Occidente) ha preso a diffondersi una idea di democrazia leggermente deviata, minacciosa e intollerante. E a ben vedere non è il regime che – si dice – vorrebbero creare presunti populisti e sovranisti. È, anzi, il modello praticato con sempre maggiore convinzione dagli Stati cosiddetti liberali, quelli che a parole si dicono più rispettosi dei diritti, delle differenze e delle sfumature della società.
O, meglio, è un modello propugnato dalle élite sedicenti liberali, quelle che agiscono in nome e per conto dei circoli di potere finanziari e delle anonime burocrazie sovranazionali. Per paradosso, queste élite sono le prime a criticare la democrazia, a metterne in luce i difetti e le mancanze (che sicuramente esistono). Con demoniaca perfidia, lo fanno per interesse. […] Il nuovo metodo di governo dei popoli si basa, dicevamo, su imposizioni calate dall’alto in nome di un non ben precisato “interesse collettivo”.
Imposizioni che sono per lo più sgradite ai cittadini o comunque a una robusta fetta di essi, ma che non possono essere nemmeno discusse, figuriamoci avversate. Per un “bene superiore” siamo chiamati tutti a obbedire e tacere, e chi rifiuta è un pericoloso sabotatore da isolare e punire. Non si tratta nemmeno più di essere “intolleranti con gli intolleranti”: il nuovo potere è intollerante con chi non lo riverisce, con chi lo contesta e, più in generale, con chi non si mostra felice di svolgere il compito a cui suo malgrado è stato destinato.

Il meccanismo di governo è da tempo il medesimo. Onde far digerire alle popolazioni i diktat si allestisce una emergenza, si individuano soluzioni arbitrarie a questa emergenza, e si sostiene che – poiché ci si trova appunto in una condizione emergenziale – il dissenso vada represso, più o meno violentemente. Che funzioni così si è capito piuttosto bene, e in effetti sono sempre di più le persone che faticano a tollerare questa cappa liberticida. Ma più dal basso si levano proteste, più dall’alto cala la mannaia, tra gli applausi dei cortigiani. L’aspetto forse più inquietante dell’intero sistema, infatti, è la quasi totale acquiescenza di quelli che un tempo si chiamavano corpi intermedi, dei media, del mondo sedicente intellettuale. […] C’è sempre un piccolo gruppo di persone, da qualche parte, che si sente in diritto di stabilire come tutte le altre debbano vivere. Che pretende di poter separare il Bene dal Male, imponendo al mondo la propria idea di Bene, e stigmatizzando e perseguitando chiunque non si adegui. Un tempo si utilizzava la formula “comunismo reale” per distinguerlo da quello romantico e libresco dei filosofi. Ebbene, ora è giunta l’ora del “liberalismo reale”, il momento in cui le democrazie – nei fatti prive di avversari – mostrano il lato più intollerante e violento, rivelandosi non troppo dissimili dai regimi che dichiarano di voler combattere. Le democrazie sono divenute, appunto, autoritarie. Stanno vivendo quella che assomiglia sempre di più a una deriva teocratica.
Ecco perché tante persone di diversa provenienza e di differente orientamento politico si ritrovano assieme, nello stesso luogo, a stringere alleanze prima impensabili. Sono tutti coloro che dissentono, quelli che non si rassegnano a inginocchiarsi di fronte ai profeti della nuova religione, una fede decisamente più intollerante di quelle conosciute. Sono quelli che – anche solo a livello intuitivo, viscerale – si sono resi conto che qualcosa non torna, o hanno provato sulla propria pelle le conseguenze dell’oppressione. Non è, il loro, un sentire troppo diffuso, purtroppo. La nuova oppressione è sottile, non immediatamente manifesta. Assume forme diverse a seconda delle necessità, e il più delle volte si insinua nelle menti con velocità, prima che ci si possa rendere conto di come agisce.
Siamo nel pieno di una battaglia, si diceva, anzi di una guerra. A mio avviso, tuttavia, lo scontro in corso va oltre i sistemi politici e mediatici. Ci troviamo nel mezzo di una lotta più antica, decisamente metapolitica, che potremmo definire spirituale, anche se il termine suona forse un po’ troppo altisonante. Siamo nel pieno di una guerra religiosa, o che assume tratti religiosi: a combattersi sono forze opposte che agiscono nel ventre, e nell’anima, dell’Occidente. E che è bene guardare in faccia se non si vuole esserne schiacciati.
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