Chi non si è mai imbattuto fisicamente nel tipico wasp a stelle e strisce non può avere fino in fondo il senso e la misura dell’homo statunitensis, colui che ha in sé l’origine e l’evoluzione del più grande e sgangherato minestrone di razze, culture, religioni, aspirazioni, sogni e incubi che ha investito con i suoi veleni l’intero globo terracqueo: gli Stati Uniti d’America. È noto, infatti, che il materiale di risulta europeo, imbarcato sul Mayflower e sbarcato a Plymouth, avesse nelle sue radici il modello biblico basato su una vera e propria teologia dell’elezione. La famosa espressione del ‘destino manifesto’ americano, nata nel 1845 per giustificare lo spostamento dei confini, inglobando tutti i nuovi Stati e territori oltre la frontiera, ha progressivamente incluso tutte le regioni del mondo.
Da qui l’inesorabile autoproclamazione messianica di Bene Assoluto che monda il mondo non statunitense e che, per ovvie conseguenze, deve annientare il male, a seconda del momento storico e delle convenienze. Da lì in poi, quasi 250 anni ininterrotti di guerra – interna o esterna – e la nascita del più grande apparato militare e industriale della storia. Con la guerra e le armi, del resto, si estende uno dei più grandi comparti di esportazione sui mercati esteri di Washington.
Cifre esorbitanti che fanno scopa con la natura guerrafondaia e imperialista degli USA e dei suoi soldati, impiegati in ogni continente a difesa della ‘democrazia’, secondo la propaganda occidentale:
La comparsa degli yankee in giro per il globo è recente: i poliziotti planetari si affacciano da protagonisti sul mondo solo nel 1941, con la nota menzogna di Pearl Harbour. Da quel momento, l’atteggiamento di superiorità da popolo eletto – celebrato in diretta mondiale con il sacrificio umano di massa a Hiroshima e Nagasaki – ha innervato il liberalismo occidentale e si trova oggi in perfetta sintonia con le istanze di partiti e movimenti nati sulle ceneri dell’ideologia comunista, in giro per il mondo. Se sulla carta vengono percepiti come paladini contro ogni tipo di razzismo in nome dell’inclusione, nei fatti gli USA esercitano a livello internazionale un razzismo progressista spietato e spregiudicato. Dal maledetto bombardamento atomico del 6 agosto del 1945, bisogna adeguarsi indistintamente al modello a stelle e strisce. Questo è il dogma. A qualsiasi costo.

Ma la dimensione politica e militare non esaurisce le attività di colonizzazione del mondo. È noto come l’industria della comunicazione-propaganda – spettacolo, musica, letteratura, cinema -, oltreché quella dello spaccio di ‘diritti umani’, siano il settore più affilato dell’industria USA. Attraverso il cosiddetto ‘soft power’ in ambito finanziario e industriale, l’autocostruzione del tracotante ruolo di ‘giudici del mondo’ in ambito commerciale e istituzionale, la destrutturazione delle modalità di approccio alla conoscenza e un insistente propensione a trasformare la società umana nella società dello spettacolo hanno fatto reso la trappola sempre più soffocante. Se a ciò si associa una attività spionistica senza precedenti e un costante e vorace assorbimento di dati a livello globale, si ha la dimensione effettiva di una tale macchina sovra statuale di dominio, in un assetto permanente di conflitto diretto e asimmetrico. Al tempo stesso, va ricordato che l’intensità dell’impegno nel voler curare il mondo non è sempre stata sempre la stessa, ma ha attraversato fasi diverse, in cui la volontà e le energie impiegate hanno subito variazioni anche repentine: alla vocazione ‘isolazionista’ già repubblicana si è alternata quella da ‘gendarme planetario’ dei democratici, determinando gli alti e bassi dell’intrusione nordamericana nel mondo.
Dunque, in tutti questi anni di guerra senza fine gli USA sono stati gli artefici del mascheramento di valori, di imperialismo, colonialismo e rinuncia a ogni etica, coniugata alla promozione di valori fluidi. Ultimamente, l’ideologia gender-woke, l’ecologismo catastrofista e il politically correct hanno portato il popolo dei ‘salvatori’ a una vera e propria depressione sociale, i cui sogni di potenza rimangono solo nei film della Marvel, nelle serie di Amazon e nel conflitto di cartapesta tra Repubblicani e Democratici. A quale prezzo, però? Secondo recenti studi, la cosiddetta Generazione Z – ossia, i nati tra il 1997 e il 2012 – è quella dei giovani più depressi del pianeta: abbattuti, tristi, inermi, ansiosi, senza speranza. E se la catastrofe del fentanyl spopola negli USA… Discorso a parte invece, meritano le giovani generazioni alla Skull and Bones che appartengono all’élite apolide seppur stanziata negli States, educata in tutto e per tutto a esercitare il dominio della razza padrona e alla gestione della contrapposizione permanente tra le comunità che abitano le aree urbane e quelle delle aree rurali. Con il costante rischio di una secessione dall’interno mai sopita del tutto, organizzata dai ‘confederali’ dei grandi stati delle pianure, di contro ai ‘federali’ delle metropoli. Noi tifiamo, ovviamente, “seconda guerra in-civile americana”.
A fronte di tutto ciò, la domanda che attanaglia gli analisti politici, i centri studi strategici, i governi di mezzo mondo, gli esperti di geopolitica, è sempre la stessa: quanto potrà durare l’impero americano? È giunto il momento del suo declino e del suo tramonto o ancora una volta risorgerà dalle ceneri, inventando per l’occasione un nuovo nemico su cui canalizzare il dissenso? Ora, se nessuna struttura politica o sociale umana può seriamente pretendere di durare per sempre, l’interrogativo più serio da farsi è questo: a quale costo gli Stati Uniti saranno disposti a rinunciare al proprio ruolo nel mondo, come e quando? Effettivamente, si possono leggere nelle azioni e nelle decisioni del ‘sistema’ statunitense segnali di una forte ‘stanchezza imperiale’, tale da far pensare a questo secolo come quello del declino nordamericano. D’altronde, l’egemonia di Washington sul globo, delle sue armi, del dollaro e della sua élite, oggi è decisamente traballante a causa di altre grandi potenze mondiali come Russia, Cina e soggetti come i Brics, che raccolgono notevoli potenze regionali come Iran, Egitto ed Emirati Arabi Uniti in primis. Poi, considerato che la Cina è l’unica minaccia insopprimibile, è evidente che la strategia del primato mondiale degli USA sia fallita, insieme al tragicomico ridimensionamento del WTO, dell’ONU e del FMI.
Di certo c’è solo che gli Stati Uniti d’America stanno andando al voto in un clima infernale e tutto il mondo sta a guardare, dovendo poi fare i conti con i risultati. Le elezioni nordamericane rappresentano un momento fondamentale per la politica globale, visto che ogni Paese ne è investito – direttamente o meno – politicamente, economicamente e militarmente. I popoli – oppressi – del mondo, sono avvisati. Saranno anche mezzi salvati?
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