UE-NATO dopo il 2024: destini incrociati

da Antonio Arena

La UE potrebbe implodere dopo le recenti elezioni per il Parlamento europeo del giugno 2024? Teoricamente possibile ma altamente improbabile. È ipotizzabile invece che le Istituzioni europee entrino in una fase di instabilità e, come conseguenza, di staticità, in un fragile equilibrio tanto più pericoloso di fronte a dinamiche mondiali in rapida evoluzione. Con la pessima prospettiva di una ulteriore subalternità agli interessi e alle visioni geopolitiche degli USA, della Gran Bretagna e della finanza di Wall Street e della City. Ma ritorniamo a oggi, al 2024. Nel nuovo Parlamento europeo vi è un’accresciuta rappresentanza di forze eurocritiche e una minore presenza di eletti di area liberal-progressista e socialista, mentre i centristi del Ppe sono in lieve aumento.

Questi ultimi, tuttavia, non sembrano farsi tentare da un’alleanza organica con i conservatori e gli euroscettici – e in ogni caso non vi è alcuna maggioranza numerica. Presumibilmente si riproporrà – sulle questioni di fondo attinenti allo ‘spirito europeo’- la ‘santa alleanza’ tra popolari, socialisti e liberali, con i verdi di scorta. E, come conseguenza, riprende vigore la candidatura di Ursula von der Leyen quale presidente della Commissione Europea: la più fedele alleata del duo USA-GB nel sostenere lo scontro ad oltranza con la Russia, benché le forze critiche contro tale escalation e, al contempo, favorevoli a iniziative diplomatiche per la risoluzione del conflitto russo-ucraino siano cresciute in molti Paesi europei. Tale candidatura dovrebbe essere supportata dai Capi di Stato e di Governo in seno al Consiglio Europeo – a meno di clamorosi stravolgimenti politici interni in Francia e in Germania. E nonostante i due maggiori sostenitori della ‘guerra a Putin’, Macron e Scholz, siano stati sconfitti alle elezioni europee. Pertanto, ignorando la contrarietà da parte di un numero crescente di cittadini europei verso l’escalation militare antirussa, i confini dell’Europa purtroppo continueranno a coincidere con i confini della NATO e l’autonomia dell’UE continuerà a essere annullata nel grande contenitore euro-atlantico, allargato ai Paesi dell’anglosfera nel Pacifico, al Giappone e alla Corea del Sud. 

Diciamolo chiaramente: la politica estera dell’Unione Europea – quel poco che i Trattati le consentono – non è più decisa nei ‘Palazzi delle Istituzioni UE di Bruxelles’ bensì nei ‘Palazzi della sede NATO di Bruxelles’ – all’interno dei quali un peso predominante lo ha il suo ‘socio di maggioranza’, vale a dire gli USA. 

La Carta dell’Onu prevede la guerra – o meglio l’uso della forza – solo quale strumento di autodifesa o su esplicito mandato del Consiglio di sicurezza dell’ONU. E invece, come avvenuto più volte in passato e come avviene con l’odierno sostegno in aiuti militari all’Ucraina (che non è membro NATO né della UE), la NATO ha agito e agisce ormai indipendentemente dai mandati dell’ONU. E ciò ne certifica la sua trasformazione in un organismo politico-militare al ‘servizio dell’Occidente’ – ma soprattutto dei due ‘soci di maggioranza’, quali USA e Gran Bretagna). Vi sono aspetti poco conosciuti che rendono meglio l’idea di quali siano gli effettivi vincoli e oneri che comporta l’appartenenza al club della NATO. Ebbene tra le linee guida NATO vi è l’obbligo di spendere almeno il 2% del rispettivo PIL nazionale in spese militari. All’interno di tale budget bisogna poi destinarne almeno il 20% per l’acquisizione di “Major Equipment”, di fatto la somma tra acquisto di determinati ‘sistemi d’arma’ (quanti made in USA?) e spese per la ricerca in campo militare […]

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