Chi ha dimestichezza con l’opera di René Guénon sa quanta attenzione mettesse il metafisico francese nella scelta delle parole per esprimere le dottrine e i principi tradizionali. Il suo è un richiamo continuo, a dimostrazione dell’importanza attribuita alla giusta espressione e all’esatta esposizione. «Per le parole che possono dar luogo ad equivoci, penso che la cosa migliore da farsi sia quella di restituir loro per quanto è possibile il significato primitivo ed etimologico», precisa ne La metafisica orientale, aggiungendo più avanti, riguardo all’uso improprio che in Occidente si fa del termine ‘metafisica’, che se si dovessero scartare tutte le parole di cui oggi si fa un abuso «quante ancora se ne avrebbero a disposizione? Non basta prendere le precauzioni volute per evitare gli errori ed i malintesi?». Egli fa poi una precisazione fondamentale, assegnando l’opportuna collocazione all’espressione di un concetto in forma esteriore per prendere conoscenza diretta della verità tale quale è, riuscendo a suggerire molto più di quanto quell’espressione contenga: «queste forme tutte, si tratti di parole o di simboli, costituiscono soltanto un supporto, un punto d’appoggio per elevarsi a possibilità di concezione che incomparabilmente le oltrepassano».
Già Dante Alighieri, padre della lingua italiana, aveva dedicato un trattato al tema (De vulgari eloquentia), ritornandovi poi più volte nelle sue opere, dal Convivio fino alla Divina Commedia, dove, nel XXVI Canto del Paradiso, il Sommo Poeta incontra Adamo – l’«uom che non nacque», progenitore dell’umana famiglia – che gli espone quale fu il motivo scatenante dell’ira di Dio, quale la natura del peccato originale e quale la lingua da lui usata e creata: «La lingua ch’io parlai fu tutta spenta», era cioè già morta quando Nembrot si accinse a costruire la Torre di Babele, tentando l’illusoria scalata al cielo con la tecnica e con i mezzi materiali, seguendo criteri bassamente pratici e umani. Dante finisce per dichiarare la corruttibilità del linguaggio umano, contrariamente a quanto aveva prima sostenuto nel De vulgari eloquentia, dove ne aveva indicato l’origine divina e quindi l’incorruttibilità. Adamo invece gli chiarisce che anche il linguaggio da lui usato per nominare tutti gli esseri viventi era, come ogni altra lingua, una costruzione umana, soggetta a cambiamenti, instabilità, mutabilità e corruzione. È cosa naturale per l’uomo esprimere con parole i propri pensieri e sentimenti, ma la scelta delle parole vien lasciata all’autonomo, e quindi imperfetto, giudizio dell’uomo; per quanto il vero nome di un essere corrisponda pienamente alla sua natura e alla sua essenza: «Nomina sunt consequentia rerum».

E proprio la confusione babelica rappresenta una tappa fondamentale nel processo di caduta e decadenza del genere umano. Una volta resa impossibile la comprensione reciproca fra le maestranze impegnate nella costruzione, divenne al contempo impraticabile ogni lavoro comune e qualunque rapporto di collaborazione e dialogo fra esseri imprigionati nel proprio ego. Da allora in avanti, la reciproca comunicazione richiederà un impegno e un onere, essendo possibile accedere a pochi deformati frammenti del precedente linguaggio, mentre il lavoro dell’uomo su di sé, per riscattarsi, necessiterà anch’esso di un gravoso impegno, di tecniche appropriate e di apposite strategie – le vie realizzative presenti in ogni tradizione – al fine di ristabilire lo stato primordiale, di cui altrettanti rari frammenti sono rimasti disponibili. E già la scelta di una lingua peritura e mutevole come il volgare per il poema sacro è coerente col messaggio di speranza e riscatto in esso contenuto […]
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