Tra gli autori di prospettiva tradizionale che hanno percorso il sentiero tracciato dall’insegnamento di René Guénon risulta di grande interesse l’opera di Gai Eaton, saggista inglese della classe 1921, noto per i suoi apprezzabili studi di storia e di religione. Eaton dapprima lavorò come giornalista e insegnante in Giamaica ed Egitto, dove si convertì all’Islam nel 1951; successivamente, tornò nel Regno Unito per svolgere la carriera diplomatica, operando anche nel Centro Culturale Islamico di Londra e dedicandosi alla scrittura di saggi e articoli per riviste scientifiche. Più dei cenni biografici, risultano di grande rilievo i molteplici spunti offerti dalla ricerca di Eaton e, tra i molti, si afferma in evidenza il suo contributo sul tema della guerra, che mostra una solida base religiosa, di prospettiva islamica, che tradisce comunque il più alto richiamo tradizionale.
In tal senso, al fine di fugare ogni incomprensione nel merito, è opportuno chiarire subito alcuni aspetti della terminologia tradizionale musulmana legati al tema della guerra, proprio tramite i chiari insegnamenti dello stesso Eaton:
«Che cosa significa, effettivamente, il termine ‘Jihād’? Il suo significato principale è ‘sforzo’; uno sforzo di tutto il cuore che coinvolge ogni tensione del nostro essere, a tutti i livelli. Il Profeta, tornando da una campagna militare disse ai suoi: “stiamo tornando dal piccolo jihād, per affrontare il grande”. In altre parole, stiamo tornando da un compito, tutto sommato facile – quello di sconfiggere i nemici che ci hanno minacciato fisicamente – per combattere e sconfiggere ora il nemico che si trova all’interno della nostra anima: gli impulsi del male dai quali nessuna creatura vivente è del tutto libera» (estratto di Remembering God).
E ancora:
«Il jihād è l’unica forma legittima di guerra permessa nell’Islam; qualsiasi altro aspetto essa possa assumere deve essere considerato come omicidio di massa. Tuttavia, dal momento che la natura umana è quel che è, nessuno dovrebbe sorprendersi se i governanti, promuovendo guerre per ragioni che non hanno nulla di santo, hanno sempre cercato di giustificarsi, proclamando che la loro azione aggressiva ricadeva nell’ambito del jihād» (estratto di Remembering God).

Di profondo interesse risulta la distinzione essenziale tra piccolo e grande jihād, come può apprezzarsi dai chiarimenti svolti da Eaton.
Storicamente il piccolo jihād – la piccola guerra santa – era diretto contro coloro che si opponevano all’autorità politica dell’Islam. I commentari più antichi e autorevoli del Corano e la tradizione degli hadith esprimono le caratteristiche e i limiti che i primi musulmani posero sul piccolo jihād; tra i limiti fissati si ricorda il divieto di uccidere donne, bambini, anziani o coloro che sono disposti alla pace. Il piccolo jihād non deve creare squilibri nell’ambiente – facendo riferimento ad animali, piante, elementi naturali – e, pertanto, praticare il jihād con armi tecnologiche di distruzione di massa rappresenta per l’Islam una contraddizione in termini. Quei musulmani che indebitamente si permettono di collegare il sacro termine di jihād a simili atti di terrore non hanno alcun avallo da parte delle autentiche autorità spirituali del mondo islamico […]
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