Essere uomini, per essere padri. Intervista a Claudio Risé

da Claudio Rise

L’occidente è preda di un delirio diseducativo senza freni tra droghe, negazione delle differenze sessuali, pornografia e prostituzione; coi relativi tracolli psicologici. Affrontare questi argomenti e indicare un ritorno dell’uomo alla realtà e alla dimensione naturale – come lei fa nei suoi libri – è una sfida a tutto campo. C’è ancora spazio per il suo Maschio Selvatico oggi?
La figura archetipica del Selvatico in tutta la storia dell’uomo rappresenta l’individuo più vicino da una parte al mondo naturale, dall’altro alle forze spirituali trascendenti che l’hanno creata. Questa sua forza (sosteneva già Leonardo da Vinci che ne era studioso e cultore) genera salvezza e vince le forze distruttive che la stessa realtà costantemente produce; e scriveva: ‘il Selvadego è colui che si salva’. 
Lo spazio del selvatico è dunque tuttora immenso perché è quello della vita. E’ quello di cui parla anche – ad esempio – Ernst Jünger tratteggiando la figura del Ribelle che esce dalla società degli artifici e finzioni e ‘passa al bosco’. 
Il mondo del selvatico non è quello dell’immagine, né del denaro, né dell’inflazionato sapere della scienza, né della distruttività drogata della lussuria; ma dei nutrimenti profondi forniti nella vita dagli scenari della natura umana e divina a chi li rispetta.

Che ne pensa dei dibattiti su patriarcato e matriarcato?
Sono concetti astratti, ideologici, che non corrispondono a nessuna realtà vivente né oggi né mai nel corso della storia. La realtà è l’uomo e la donna, la madre e il padre. Il resto sono dibattiti fumosi, animati da velleità di potere che avvelenano gli aspetti veri dell’esistenza: la vita, l’amore, la devozione, la felicità, la morte.

E i ‘femminicidi’?
Come tutti gli omicidi anche le uccisioni delle donne nascono da un’aggressività incontrollata verso la persona che viene uccisa, sia essa donna, uomo, anche se stessi. L’uomo che uccide la donna è soverchiato da un fascio di energie e frustrazioni contrastanti che l’io danneggiato o non sufficientemente sviluppato non è più in grado di controllare. Nell’attuale società occidentale questi omicidi sono alimentati innanzitutto dalla sua natura (ampiamente documentata) di “società senza padri”, sottratti dai divorzi alla famiglia e alla formazione dei figli. La rottura famigliare è richiesta nei due terzi dei casi dalle donne, anche per i soverchianti impegni imposti dall’azienda moderna, molto più esigente e anaffettiva della bottega artigiana o dell’agricoltura tradizionale dove uomo e donna vivevano fino a poco tempo fa. Nell’attuale capitalista di oggi, l’insieme dei costi umani richiesti dal punto di vista psicologico e affettivo eccede infatti di molto i vantaggi forniti sul piano economico, indebolendo in modo particolare la figura maschile e paterna fino a renderla una presenza apparentemente sostituibile, (disposable: usa e getta). 

In realtà l’irrilevanza educativa che finisce col colpire il “padre assente”, indebolisce poi la capacità del figlio maschio di organizzare adeguatamente il proprio mondo pulsionale e affettivo e la propria autonomia dalla figura femminile e materna, rendendolo così preda dell’aspetto divorante della società dei consumi e quindi incapace di governare i suoi bisogni, desideri e pulsioni. L’uomo della società dell’immagine e del consumo diventa così debole e dipendente da tutto, come gli studi sul campo hanno dimostrato. Il fatto è che dopo il primo settennio di vita il figlio ha un bisogno insostituibile del colloquio e insegnamento di un padre e della sua visione del mondo; ma spesso oggi il padre non c’è più. O è ridotto a un niente; e la visione del mondo ancora a meno […]

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