Una controegemonia ‘anticonformista’ è possibile? Intervista a Marco Tarchi.

da Marco Tarchi

Partiamo dal suo recente ‘Le tre età della fiamma’  per una riflessione più ampia sullo stato ‘di salute’ (o di un esame autoptico si tratta?) della cultura di destra.
Il problema è antico e irresolubile, almeno se lo si pone in questi termini. Perché risente dell’ambiguità dell’espressione ‘destra’. La bipartizione dello spazio politico secondo lo schema ‘sinistra/destra’ è stata adottata per semplificare l’orientamento degli elettori nell’epoca in cui si è iniziato a tenere elezioni democratiche. È un espediente che deforma i contorni dei soggetti politici inclusi in una delle due categorie e serve a rendere possibili, e giustificare, compromessi e alleanze fra di essi. In campo culturale, è una scorciatoia che tutt’al più, in un’epoca come quella attuale, è utile a stilare elenchi di autori e pensieri ‘buoni’ e ‘cattivi’, cioè egemoni e subalterni. Utilizzando questi criteri, di destre se ne possono individuare molte ed eterogenee, senza poterle raccordare a una visione del mondo unitaria. Anche la proposta discriminante di Bobbio – di qui la propensione all’eguaglianza, di là la valorizzazione delle diseguaglianze – è incapace di cogliere questa varietà. 

Una delle cifre della cultura di destra è sempre stata la lotta al sistema (almeno a parole)  e il rifiuto delle categorie fondanti della modernità, dall’altro. È – ancora – così?
Anche in questo caso, l’espressione mostra i suoi limiti. La lotta al sistema (quale? La democrazia o altro?) non è certo stata il marchio di fabbrica delle destre liberali e conservatrici e, nel primo dei due casi, anche del rifiuto della modernità non ci sono tracce. Se parliamo di una cultura fascista o tradizionalista – e non sono la stessa cosa –, o che comunque nell’uno o nell’altro filone ha le sue ascendenze, il discorso può cambiare, ma in tal caso la risposta è semplice: nella terza età della Fiamma non ne restano che tracce o scorie.

Rispetto all’egemonia culturale della ‘sinistra’, occorre costruire una ‘controegemonia’ od operare in un ambito più ampio e metapolitico?
L’obiettivo non potrebbe che essere quest’ultimo, ma si tratterebbe in primo luogo di partire da una chiara visione del mondo e della società e di costruire una strategia volta a farne germogliare i presupposti nella mentalità collettiva, nello spirito del tempo, nell’atmosfera culturale. Si possono usare immagini diverse, ma la sostanza è quella. E il terreno su cui seminare sarebbe prepolitico, eminentemente culturale, in senso antropologico.

Si può ancora formare una ‘politica culturale’, cioè una versione non-marxista del presidio della cultura italiana?
‘Non-marxista’ è una definizione in negativo, insufficiente a promuovere una visione del mondo coerente. Ci riporterebbe agli anni ‘70, ai tentativi di creare un fronte comune fra quelli che venivano definiti ‘intellettuali indipendenti’, alla promozione di riviste come Intervento o La Destra. Che hanno offerto contributi interessanti ma slegati e non hanno lasciato tracce né attivato sinergie. Occorrerebbe un progetto organico, chiaro nelle premesse e dotato di mezzi, intellettuali e materiali, all’altezza del compito […]

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