L’Occidente e la NATO

da Daniele Perra

Nell’introduzione a Roma dopo Roma, piccolo gioiello sulle ipostasi imperiali di Roma firmato da Claudio Mutti e pubblicato recentemente dalle Edizioni di Ar, lo storico Franco Cardini definisce la Modernità occidentale come «il regno degli eredi di Prometeo e di Caino, il tempo dell’Avere inalberato al vertice di tutte le cose al posto dell’Essere». La scelta di questi due personaggi – uno appartenente alla tradizione ellenica, sebbene in tutta l’area caucasica esistano miti similari e forse anche più antichi, e l’altro al mondo semitico – non è di certo casuale. Entrambi, infatti, rappresentano una forma di rivolta contro il sacro e il divino.

Il titano Prometeo è colui che dà soggettività all’uomo; e in ciò è insito il significato stesso della Modernità come ‘cambio di paradigma’: la sostituzione di un paradigma centrale – puramente religioso, in cui Dio è al centro – con un altro che, per lungo tempo, è stato semplicemente periferico, ossia quella tecnica mai neutrale che conduce inevitabilmente al mito del progresso illimitato ed esasperato. E dunque, se l’uomo si sostituisce a Dio, è naturale che la salvezza finale e ultima sarà ancora una volta del tutto umana e terrena. Il Messia stesso sarà assolutamente umano e terreno e, magari, potrà incarnarsi in un popolo intero investito di una speciale ‘missione civilizzatrice’ (uno degli aspetti più caratteristici della Modernità), il quale, in virtù di tale missione, diviene legislatore, giudice ed esecutore per l’umanità tutta.   

Ma Prometeo, come affermava Mircea Eliade, «ben lungi dall’essere il benefattore dell’umanità, è il responsabile della sua attuale decadenza […] per Esiodo il mito di Prometeo spiega l’irruzione del male nel mondo». Infatti, fu a causa del suo inganno che Zeus inviò tra gli uomini Pandora che, dopo esser stata accolta da Epimeteo, fratello improvvido di Prometeo, aprì il famigerato vaso, diffondendo sulla terra quelle tribolazioni che condussero alla fine di una ‘età dell’oro’ in cui l’essere umano era in qualche modo compartecipe del divino.

Caino, a sua volta, condannato a «vagare per sempre sulla terra», ben raffigura l’uomo moderno totalmente sradicato, privato del sacro, della Patria e, sotto certi aspetti, della possibilità di essere in modo autentico, per utilizzare un’immagine heideggeriana. Proprio Heidegger si inserisce perfettamente in quella particolare corrente di pensiero tedesca, da Werner Sombart ai fratelli Jünger, che a cavallo tra le due guerre mondiali interpretò la Modernità come una forma di titanismo – o gigantismo. Una sorta di ‘vendetta’ di quei titani che gli dèi olimpici – secondo Esiodo – avevano rinchiuso in «un’oscura regione ai margini della terra prodigiosa». In altri termini, la Modernità rappresenta il loro ritorno dall’esilio occidentale. Ma questo ritorno non deve essere inteso, con Sohrawardi, come un viaggio verso la luce. È un ritorno che implica l’estensione – più o meno forzata – dell’oscurità della «landa dell’occaso» al resto del mondo. Fu Werner Sombart a definire la Prima Guerra Mondiale – il conflitto in cui, secondo l’intellettuale di scuola marxista Costanzo Preve, vinsero i peggiori in assoluto – come un kulturkieg: uno scontro tra due visioni opposte del mondo, una ‘crociata’ dell’Occidente per fare in modo che la Germania stessa divenisse Occidente […]

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