Il cinema italiano, diventato maturo e sviluppatosi in maniera decisiva nel periodo fascista, si è di fatto trasformato nel dopoguerra in un feudo comunista. Chiunque intendesse svolgere una qualche attività dentro e intorno a quel mondo doveva rinunciare alle proprie libertà artistiche ed espressive, nonché, alle proprie diverse posizioni politico-ideologiche. Tale condizione è, a tuo giudizio, tutt’ora presente? Persistono ancora oggi quei ‘clan’ privilegiati nei vari festival cinematografici, nelle manifestazioni culturali e nelle sponsorizzazioni e finanziamenti?
Una cosa è certa, chi fa cinema in Italia sono sempre le stesse persone. Sono le solite persone che vincono il denaro messo a disposizione dei Ministeri, così come sono sempre le stesse persone che vincono i premi cinematografici italiani (David di Donatello per citarne uno). Alcuni elementi importanti nel criterio della selezione e di assegnazione del punteggio sono l’analisi del curriculum e la vittoria in premi cinematografici. Coloro che vincono i premi sono sempre i primi a vincere i bandi e quindi i soldi pubblici: è un circolo vizioso che si autoalimenta all’infinito. E, ovviamente, a esserne esclusi sono gli artisti emergenti, spesso esclusi dai fondi ministeriali. Guardando i temi trattati nei film di questi giovani autori si capisce molto bene quale sia il leitmotiv di ogni nuova opera emergente, soprattutto fra quelle scelte nei festival. I temi sono quasi sempre legati all’aspetto politico della cultura dominante amata dalla sinistra. Oltre alla vittoria di determinati premi, sono importanti anche le commissioni, che valutano, gli argomenti e i soggetti delle pellicole. Le commissioni sono dunque teleguidate dalla politica e dall’ideologia: raramente danno spazio a racconti fuori dal coro. Ricordo che quando mi presentai per proporre Il segreto di Italia, un membro della commissione disse «io l’ho letta», riferendosi alla sceneggiatura, come qualcosa di insolito.
Il linguaggio cinematografico per le sue caratteristiche espressive è in grado di avere un grande impatto sulla psiche del pubblico. Questa consapevolezza rende il regista più attento a non approfittarne o può trasformarlo in un manipolatore e propagandista politico? Non è in fondo questo il rischio maggiore a cui va incontro ogni intellettuale engagé?
Se tu regista sei il braccio del potere, allora diventi uno strumento in linea con il potere stesso; diventi un mezzo utile allo scopo di inculcare una certa ideologia nel pubblico. Ciò si è ben visto in tutti i regimi dittatoriali e non, di destra e di sinistra. Il cinema ha infatti la capacità unica di imporre un pensiero alla massa che spesso non ha grandi capacità di discernimento. Ѐ incontestabile la potenza della radio, della televisione, del cinema e della pubblicità per indurre la gente a credere di pensare, quando è invece manipolata ed eterodiretta. Spesso, d’altra parte, dietro al cinema vi è quel capitalismo occulto che ti fa credere di essere libero quando in realtà sei costantemente condizionato a consumare e comprare certi prodotti. Ѐ parvenza di libertà.

Nella tua produzione cinematografica sono stati proposti personaggi di alta spiritualità come Sant’Antonio e San Leopoldo, insieme ad episodi storici cruenti, in cui le ricerche di Giampaolo Pansa hanno trovato il meritato sbocco verso il grande pubblico. Questo singolare incontro della verticalità sacra con l’orizzontalità storica pensi che possa costituire uno schema programmatico utile per districarsi nella ‘selva oscura’ della società attuale? Nella tua arte che ruolo ha la spiritualità e la visione religiosa della vita?
Personalmente, devo premettere che nessuno mi ha mai obbligato a frequentare l’ambiente religioso: per me è stata una sorta di vocazione, un senso di grande appartenenza che è difficile da descrivere. Trovo complicato spiegare a parole la mia fede in Dio. Ho trovato nella pellicola cinematografica un ottimo strumento per raccontare questo mio sentire. Nel mio ultimo film, Sulle mie spalle, affronto la figura di un frate di origini croate, Leopoldo Mandic. Questo frate, non essendo un bravo predicatore, è un buon ascoltatore e tutta la storia di questo film, ambientata nella prima metà del Novecento in Italia, ben rappresenta quella continua, silenziosa, profonda e personale ricerca di spiritualità e fede che io ho vissuto e vivo attraverso la fede. Questa mia continua ricerca nella vita, pur nella partecipazione alla spiritualità nella presenza alla messa, è il simbolo di un continuo confronto con Dio. Per me la fede è dunque un approfondimento, un avvicinamento, una lotta che nella mia povera umanità cerca di capire l’assoluto. So che non arriverò mai a nulla, ma so che questa ricerca tende a non farsi catturare dalle cose della vita. I miei film a carattere religioso, devo ammettere, sono sì fatti per gli altri, ma anche per me stesso […]
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