Confessioni di un giornalista ribelle. Intervista a Maurizio Blondet

da Maurizio Blondet

Il terrore e la tagliola del politicamente corretto stanno inibendo il giornalismo italiano? Oppure la maleducazione culturale e l’appiattimento mentale del cosiddetto ‘popolo’ ha influito sullo scadimento qualitativo del giornalismo italiano? La mediocrità sta trascinandoci verso il baratro?
Ritengo che entrambi i fattori abbiano contribuito a questo sfacelo: sia  la censura terroristica del politically correct, sia il crollo della qualità del giornalismo italiano. Ciò, ovviamente, assieme all’instupidimento generale e l’abbassamento culturale della popolazione. Tuttavia, bisogna pensare che il giornalista medio che si genuflette al politicamente corretto – sia per viltà, sia per prudenza – è comunque un lavoratore dipendente e il suo stipendio dipende dal fatto che sappia accontentare il padrone, il direttore della testata, il quale è sempre uno di quelli che appartengono alla cerchia dei ‘padroni del discorso’. Basta sfogliare solo qualche pagina, anche online, dei giornali più noti come Corriere e Repubblica, per rendersene conto: un lenzuolo di menzogne del regime… Immaginate un giornalista a busta paga del direttore di Repubblica – che, se ricopre quel ruolo, è un fedele allineato agli USA e non potrebbe discostarsene – il quale proponesse 2-3 articoli contro la NATO… Durerebbe poco in un giornale così e, poi, avrebbe difficoltà a lavorare altrove. Chi impone il politicamente corretto, dunque, sono proprio i direttori e, se vuoi fare il giornalista coraggioso, rischi di fare la fine di Assange e Snowden. Meteo, varietà e costume – sempre nei limiti – sono gli argomenti prediletti: per il resto, non si deve disturbare il potere.

Sei stato spesso accusato di ‘complottismo’, ma ciò rappresenta la medaglia di un giornalista libero e controcorrente che non ha mai fatto sconti a nessuno. Guardando indietro, però, quanto pesa questa medaglia?
In realtà, la ‘patente’ da complottista mi ha sì penalizzato a livello di carriera ma, d’altra parte, mi ha permesso di fare il complottista a tutto spiano, soprattutto su Avvenire. Su altri giornali e con altri ‘accreditamenti’ non avrei potuto. Preferivo accettare la linea e il livello di una testata come Avvenire, piuttosto che scrivere per altre testate più forti: almeno, così potevo scrivere e svolgere indagini su quel che volevo. Sono tutti meccanismi propri del mestiere del giornalista, in cui bisogna trovare un equilibrio: ad esempio, il direttore di Avvenire non era un ‘padrone del discorso’ e, con un gioco dialettico, riuscivo a far passare i miei pezzi.

Guerra in Ucraina, Genocidio in Palestina, immigrazione fuori controllo: stanno sparendo le sfumature e si delinea sempre più il fronte della sovversione. Concordi?
La polarizzazione si sta delineando in modo impressionante e ciò stupisce anche me: i neocon, ad esempio, si stanno mettendo in prima fila per controllare il discorso, mentre prima mandavano avanti qualche scagnozzo a disposizione. Ora, invece, stanno venendo fuori quelle linee che prima erano più defilate. Del resto, visto ciò che sta compiendo il cd. Occidente – su tutti, la strage perpetuata in Palestina –, servono elementi adeguati a ‘proteggere il discorso’: si tratta di un genocidio ma non va detto. Quindi, occorrono facce e voci disponibili a tacere spudoratamente.
Negli USA studenti universitari in massa accusano Israele di genocidio, rompono accordi tra Università e questo mette in forte difficoltà proprio gli USA, i quai sono i primi a sostenere le politiche anti-palestinesi. Anziché fare woke, come vorrebbero i ‘padroni’, questi studenti occupano le facoltà per il sostegno alla Palestina e vengono pestati: una dinamica non prevista, che disturba il potere

Anni fa hai anticipato tutti scrivendo il libro Stare con Putin?. È ancora positivo il tuo giudizio su di lui?
Putin non sarà perfetto, certamente, ma è sicuramente meglio degli occidentali. È molto intelligente, sebbene abbia commesso un errore di ingenuità: ha pensato che Macron, Merkel e gli altri avrebbero rispettato gli accordi di Minsk del 2014. Una colpa che è un merito, in un mondo di ipocriti e menzogneri: rispettare la parola data. Poi, si è reso conto dell’errore e si è adeguato con l’operazione militare speciale sui territori contesi. Del resto, Putin e il suo governo sono un sistema alternativo che può salvare i valori stessi che l’occidente ha abbandonato. Ci siamo dimenticati che le nozze omosessuali, gli pseudo-diritti LGBT e le politiche contro la vita e la famiglia non sono proprie dell’autentico occidente, bensì appartengono a qualcosa di estraneo che però, nei secoli, si è incistato e ha inquinato la nostra realtà. La Russia invece, con Putin, si sta proteggendo da questo pericolo. Prima dell’arrivo di Putin tutti pensavano a una Russia finita, preda dell’economia liberale e delle privatizzazioni, per mettere mano su tutte le risorse russe: carbone, petrolio, grano, gas naturale, minerali. Invece, Putin ha rotto questo giocattolo e ha protetto il bene pubblico russo, a partire dalla Gazprom e dalla Lukoil che dovevano essere privatizzate e portate a Londra. Ora sta vincendo la guerra fisica, la guerra economica e la guerra mediatica, perché i suoi consensi sono alle stelle […]

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