San Francesco e il Cantico delle Creature

da Franco Cardini

«Altissimu, onnipotente, bon Signore,
Tue so’ le laude, la gloria, l’honore et onne benedictione,
ad Te solo, Altissimo, se konfàno
et nullu hono ène dignu Te mentovare».

È la più bella composizione poetica di tutto il mondo e di ogni tempo. La sua è una bellezza assoluta, cosmica, totale, che penetra tutto il creato e che arriva quasi a lambire l’ineffabilità di Dio. Nemmeno il Salomone del Cantico dei Cantici, nemmeno il Dante della Preghiera di San Bernardo a Maria («Vergine Madre, Figlia del Tuo Figlio») sono arrivati tanto in alto e così in profondo. Era il 1224, e Francesco giaceva ammalato su un lettuccio del suo San Damiano, la chiesetta diroccata dove una ventina di anni circa prima aveva ricevuto dal Cristo crocifisso il messaggio che aveva cambiato la sua vita. I grandi interpreti del Povero d’Assisi hanno scritto molto su di lui, sugli ultimi anni della sua giornata terrena, sul suo rapporto con Chiara e le altre «povere dame di San Damiano» e di quegli stessi pochi, ispirati, altissimi versi. Sappiamo su ciò tutto quello che c’è da sapere e che si può sapere.

Ma scegliamo qui, ora, magari solo per questa volta, la via della semplicità: forse della fantasia, forse addirittura dell’arbitrio; comunque del sentimento. Sforziamoci d’immaginarlo, quel povero piccolo omiciattolo smagrito dopo una notte di dolore e di pena, tra i rumori dei topi sotto il pavimento che non lo hanno lasciato dormire, quando il sole nascente dell’alba ferisce i suoi occhi malati e glieli fa lacrimare. Sforziamoci di veder il mondo – le povere suppellettili di quella stanzetta, la luce incerta eppur abbagliante – attraverso quegli occhi ormai in grado di distinguere forse appena poco più che delle ombre.

E scrive, frate Francesco. O meglio, detta con la sua voce ormai fievole e tremante, quella stessa voce che ha scosso e sconvolto la Chiesa e il mondo. Detta, perché di scrivere non più ha la forza né degli occhi, né delle dita. Scrive di getto parole che gli salgono direttamente dal cuore: amiamo credere che da allora sino a quando sul punto di lasciare questa terra detterà – così vuole una tradizione peraltro incerta, ma che vogliamo accettare – la quartina finale su «sorella Morte dalla quale nullo homo vivente po’ skappare», egli non abbia cambiato nulla di quel capolavoro, di quel perfetto canto d’amore.

Si sono versati fiumi d’inchiostro e scritte biblioteche intere su quei pochi versi. Nella loro luminosa chiarezza, essi appaiono ineffabili come Colui in onore del Quale sono stati scritti. Nessuno può gloriarsi di averli sul serio decifrati sino in fondo. Lo Spirito soffia dove vuole: e quella mattina ha soffiato su quel povero frate e sui suoi occhi arrossati che hanno finalmente visto il Mistero dell’universo. Quelle parole parlano di Dio, della Sua Gloria («Altissimu»), della Sua infinita Maestà («Onnipotente»), della Sua carità infinita («bon Signore»), della Sua incommensurabile distanza rispetto agli uomini eppure della forza con la quale Egli sa arrivare a loro e soprattutto a quelli tra loro che sanno perdonare per amor Suo, attraversando tutto il creato, cioè l’universo.

Ed eccolo sapientemente, ordinatamente descritto ed evocato, quell’universo. Prima di tutto Messer lo Frate Sole, immagine nobilissima («significatione») di Dio; quindi la luna e le stelle, cioè Il firmamento al di sopra della sfera terrestre; e poi essa stessa, con i quattro elementi ‘empedoclei’ di cui la materia del mondo è costituita – il fuoco, l’aria, l’acqua, la terra con i suoi fiori e i suoi frutti. Il Cantico è un irreprensibile, cristallino trattato teologico che, dopo i pochi versetti del Genesi, nessun filosofo e nessun poeta è mai più riuscito a eguagliare […]

VUOI CONTINUARE A LEGGERE QUESTO ARTICOLO?
ACQUISTA O ABBONATI ALLA RIVISTA:

Ti potrebbe piacere anche

Lascia un Commento