Preoccupato dai contenuti di ciò che ascoltano e leggono i miei figli, ho ritenuto benefico trascrivere i racconti che mi hanno narrato da bambino. Ne ho messi insieme più di 300. In questo articolo ho tenuto conto soltanto di quelli “fantastici”, nei quali le aggiunte dei narratori sono preponderanti rispetto alle eventuali basi storiche, ed ho approfondito soprattutto l’analisi di quelli in cui le donne hanno un ruolo significativo.
Il mio metodo interpretativo è semplice, in linea con lo spirito dei narratori dai quali le ho udite, che suppongo riflettesse lo scopo dei loro creatori: infondere nei bambini una mitologia di base, nella quale gli “eroi” si comportano in modo ammirevole, da imitare, mentre a fare ciò che non va fatto sono gli antipatici, i fessi della situazione, spesso puniti o sbeffeggiati.
Ho diviso i racconti per temi.
Favole. La figura più “eroica” è l’astuta volpe, la cui essenza femminile emerge nelle vicissitudini che l’affiancano al lupo, suo compare. Una “maestra d’inganni” che, sebbene non la spunti sempre (un grillo si rivela più furbo di lei e la coda di un asino risulta un obiettivo irrealistico), è brillante nel derubare un pappagallo, nel salvare il lupo dalle grinfie di un drago e trionfa, letteralmente, nell’episodio più gettonato, quando riesce a convincere l’ingenuo compare, sfinito e malmenato per essersi fidato di lei, a caricarsela sulla groppa e a portarla a casa, mentre lei canta una filastrocca irridente.
Storie di chiesa e di fede. In un racconto una donna è l’immorale complice di un prete corrotto che risulta vincente. In altri racconti è sconfitta: beffata da un sagrestano irritato dalle sue insistenti preghiere affinché sua figlia trovi marito; ammonita da santa Barbara per aver osservato un divieto soltanto in pubblico, avendolo poi violato in segreto; rimproverata da Cristo stesso per non averlo riconosciuto quando è giunto da lei nelle vesti di persone bisognose.
Racconti “evangelici”. Figure femminili luminose sono: sant’Anna, che per anni chiede a Dio la grazia di un figlio; Maria, sublime nel fugare i sospetti del geloso Giuseppe, insieme al quale riesce a portare in salvo il piccolo Gesù, aiutata, nei vari racconti, dai fiori di lino, da una vacca, da un acero e da una palma, ostacolata dalle ginestre e dai lupini, ignorata da un mulo; Maria Maddalena che, alle sincere raccomandazioni di Gesù, si converte da una vita di peccato. Sono simpaticamente positive una ragazza e una vecchietta che non esitano a sfamare Gesù e gli apostoli; la moglie di un ciabattino, preoccupata per la salvezza dell’anima di suo marito, incallito giocatore. Sono figure negative, ma anch’esse in modo simpatico, una ragazza che nega il cibo a Gesù e ai suoi e la madre di San Pietro, inguaribilmente avara.
Corteggiamenti. Le “eroine”, pena essere considerate indegne delle nozze, sono scrupolose con l’igiene, parsimoniose, determinate e attente nelle faccende di casa. Nelle fiabe avventurose, hanno coraggio e collaborano con il corteggiatore, alla cui abilità si arrendono, anche contro la volontà dei genitori. La differenza di stato sociale è un ostacolo superabile: in due fiabe un pastorello sposa una principessa. Non va in porto, invece, la proposta di matrimonio che un pastorello riceve da una fata che gli mostra un tesoro immenso. Senso dell’onore: in una fiaba la ragazza nega, ripetutamente e in tono sdegnoso, un bacio all’innamorato; in un racconto di spirito più popolare, accetta di cedergli in anticipo la verginità, per motivi d’interesse; entrambi i casi si concludono con il matrimonio.
In famiglia. Si loda la donna saggia e paziente, abile nel gestire, anche con l’ironia, i vizi, i pregiudizi e l’infondata gelosia del marito. Amorevole fino a riportare in vita il suo uomo, ucciso dal fratello traditore; tollerante con il figlio maldestro; il suo cuore arriva a perdonare il figlio che l’ha uccisa; dà consigli a una giovane sposa senza farlo pesare; abile nel difendersi dalle pretese dei profittatori e dall’invadenza di ospiti indesiderati (improvvisa anche dei versi); schietta e franca anche nei confronti del re. Si arrabbia con il vecchio suocero che le rovina le stoviglie, ma subito si pente, perché si rende conto che presto saranno vecchi anche lei e suo marito. È svergognata, invece, la donna che tradisce e in un caso attenta alla vita del marito, transumante o migrante stagionale. Altrettanto accusate o disprezzate sono la matrigna ingiusta con i figliastri; la madre che si oppone al matrimonio della figlia innamorata e si crede più abile del marito; una donna che non ammonisce suo figlio che prende la strada del crimine; una moglie diventata complice del marito ladro. Finisce tragicamente una giovane sposa ingenua, che crede ai suggerimenti di una vecchia seminatrice di discordia.
Ruolo socio-economico. È biasimata una ragazza che aggiunge acqua al latte che vende, per comprarsi un fazzoletto di pregio; appaiono ridicole una studentessa convinta che il suo asino abbia bevuto la luna e una vecchia maestra defraudata da due operai sfaticati e burloni. Risultano simpatiche, invece, una mondina che elude il proprio compito con un’ingegnosa filastrocca e, sebbene sconfitta alla fine, una vecchia pastora che riesce a sfuggire ai rigori del mese di marzo.
Il diavolo (personaggio che semina discordia ma non è privo di moralità, il cui potere è comunque limitato). In un caso egli incarica una vecchia maligna di far litigare una coppia di sposi ma si indigna quando l’intervento comporta la morte dei due; ammonisce una ragazza che si reca a un ballo, spiegandole che vi perderà l’innocenza; si dispera quando, avendo ottenuto con l’inganno il diritto di portare via una giovane, non vi riesce a causa della purezza e della bontà di questa; è gabbato in modo esilarante da una donna il cui marito ha commesso l’imprudenza di promettergli l’anima.
Sante. Realmente eroiche, elevanti lo spirito, sono tre sante vergini (Margherita di Antiochia, Lucia e Barbara) che affrontano il martirio pur di non abiurare la fede cristiana. Non meno eroica è Genoveffa, che, anche grazie all’aiuto di una cerva, riesce a salvare il suo neonato e a ricongiungersi con lo sposo dopo anni di sacrifici, vincendo i tradimenti di un tentatore. Ugualmente virtuose sono sant’Elena, madre di Costantino imperatore, e la moglie di sant’Alessio, caritatevole con il marito ritornato, credendolo un mendicante, mentre una serva della casa, che lo disprezza, è giudicata severamente. Buffa e realistica, invece, è la storia della sorella di san Martino, che resta incinta da ragazza, a dispetto della maniacale vigilanza del fratello.
Streghe e affini. Giovani (di entrambi i sessi) che si trasformano in gatti per raggiungere, a dorso di volanti cavalcature caprine, la persona amata; vecchie che si mutano in falene o in altri esseri misteriosi per danneggiare dei bambini, loro vittime preferite; ragazze nude, venute da lontano, ritrovate di notte a intrecciare le criniere dei cavalli oppure intente a spericolate giostre equestri; notturni viaggi aerei fino al famoso noce di Benevento; prove di coraggio terrificanti che un giovane deve superare per redimere una fanciulla incatenata da un sortilegio; rituali magici per dissotterrare un tesoro accomandato. A trasformarsi sono sia donne, sia uomini, ma soltanto le prime operano le magie, anche valendosi del famigerato libro del comando. In un caso, è un marito che, incuriosito, chiede alla moglie di portarlo con sé ad un convegno di streghe, dove commette una gaffe che paga piuttosto cara. Una variegata letteratura, il cui obiettivo principale è tenere vivo il terrore per la notte e per gli spazi esterni all’ambito comunitario, dove il suono delle nostre campane non giunge, ma che raramente manca di senso morale. Infatti, chi indulge in pratiche magiche viene spesso scoperto e ammonito; un giovane lascia la fidanzata e altrettanto fa una ragazza, per questo motivo; le autrici di magie altamente malefiche sono punite anche con la morte.
Altre figure femminili. La madre dei sette venti e sua figlia, la Tramontana, appaiono temibili, ma si rivelano generose in modo toccante verso un orfanello. La Morte, personaggio femminile piuttosto bonario, tanto che viene a patti con gli esseri umani, li chiama a sé con familiarità e può essere persino imprigionata, ma non per sempre, perché senza di lei il modo diventerebbe invivibile. In una storia, una donna morta appare nottetempo in paese per terrorizzare dei giovinastri che hanno giudicato negativamente sua figlia; in un’altra, una donna s’imbatte in una messa frequentata da morti.
Con questa elencazione di comportamenti virtuosi e riprovevoli ho voluto mappare, nel modo più oggettivo possibile, quanto si esigeva dalla donna nella società tradizionale. Non che fosse priva di potere, ma era esortata all’esercizio di una multiforme virtù, con vari “pretesti”, facendo leva su una vasta gamma di sentimenti: dall’ironia alla paura, dalla sensualità di certe situazioni alla commozione suscitata da sublimi sacrifici. Un tale tipo di virtù è stata incoraggiata per millenni, con piccole variazioni, sfumature rispetto alle qualità di base che si pretendono da una donna. Ma a un certo punto s’è levato un coro di nuovi moralisti che hanno messo sotto accusa il vecchio sistema, definito patriarcale, e quindi la cultura che lo legittimava: ci si è accorti che sulla donna gravavano tensioni e oppressioni insopportabili, palesemente ingiuste rispetto ai privilegi di cui godeva l’uomo. Dato il momento storico in cui è avvenuta questa “scoperta”, cioè alla fine di una guerra persa e all’inizio di una lunga occupazione militare, non mi sembra ozioso pormi questa domanda: sono fondate, queste accuse al vecchio sistema, oppure si tratta di strumenti propagandistici per trasformare la società secondo le necessità del nuovo potere? La risposta, che richiede molto studio e una pluridecennale esperienza pratica, sarebbe degna di un libro più che di una frazione di articolo, ma le storie che ho raccolto possono mettere sulla buona strada chi fosse interessato ad essa. Le utilizzeremo, molto concisamente, per due confronti concernenti i doveri e i privilegi della donna “di una volta”.
La donna e l’uomo a confronto, nella cultura e quindi nella società tradizionale. Cosa apprezzano, le storie della nostra tradizione, in un uomo? Sono più o meno esigenti, rispetto a quanto pretendono da una donna? Tra gli uomini più ammirati, nelle nostre storie, vi sono i poeti, persone capaci di condensare in pochi versi l’essenza della situazione e, con un marcato senso dell’ironia, indicare la via d’uscita. Altrettanto celebrate sono le persone intelligenti e sagge, che riescono a raggiungere il loro scopo attraverso azioni strategiche, oppure rivelano un ingegno elevato risolvendo enigmi o smascherando dei prevaricatori. Un posto speciale, in questa categoria, è occupato dai vecchi, con il loro bagaglio d’esperienza. Molto frequente, nonché divertente, è anche la figura del furbacchione, il birbante che riesce ad ingannare persino la Morte, il diavolo e, talvolta, oltre a gabbare l’avversario o addirittura l’amico, si fa beffe di lui. Altre virtù esaltate sono la prudenza, la generosità, lo spirito di povertà, l’alacrità, il coraggio esistenziale, necessario per iniziare un’impresa in un ambiente ignoto e denso di pericoli; la fede, riflessa nell’osservanza della dottrina, nel pentimento, nel perdono e nell’accettazione della realtà.
Fin qui, si tratta di qualità apprezzate, benché meno frequentemente, anche nelle figure femminili.
A distinguere più nettamente l’eroe maschile sono il superamento di una lunga serie di ostacoli per conquistare una sposa; la responsabilità di portare il cibo a casa; il coraggio fisico, che occorre per impugnare la spada ed affrontare un drago (per difendere una donna) o un altro nemico potentissimo; quello di tagliare dal proprio corpo dei pezzi di carne da dare in pasto a un’anatra gigante che collabora con lui; la partenza per l’impresa dai rischi ignoti, per la guerra o per la migrazione stagionale, esperienza non priva di pericoli e umiliazioni. Virtù ammirevoli sono la fedeltà ai legami di sangue e alla patria; la tenacia nel compiere il proprio dovere e nel perseguire un obiettivo; la disposizione all’apprendimento; la discrezione; la forza d’animo nelle sventure sentimentali e giudiziarie; l’assenza di pietà nell’infliggere una pena.
Tra gli antieroi, biasimevoli o ridicoli collezionisti di punizioni e mortificazioni, primeggia il fesso, il credulone imbrogliato e preso in giro. A pari merito con lui vi è l’avaro, colui che è restio a condividere, l’avido speculatore che, mirando a diventar ricco, tradisce il compagno o comunque pretende più di quanto gli spetti[1]. Seguono il goloso, che non si adatta alla frugalità imposta dalle circostanze; il menzognero, soprattutto quando calunnia o si attribuisce meriti che non gli competono; il presuntuoso, specialmente quando sottovaluta l’avversario; l’uomo rozzo e ignorante; la persona eccessivamente loquace e dal linguaggio pomposo; l’irragionevole, indifferente al punto di vista del prossimo; il vanaglorioso che, nello sforzo di dimostrarsi migliore di quello che è, vuole a tutti i costi prevalere su chi è evidentemente migliore di lui; il vanitoso; l’uomo che beve eccessivamente; il patrigno che si comporta ingiustamente con i figliastri; l’ipocrita; la persona che, troppo fiduciosa nelle proprie cognizioni teoriche, non valuta adeguatamente gli aspetti pratici dei problemi; l’omicida; il prepotente; il brigante da strada e il generico malfattore; il traditore; il prodigo; il giocatore d’azzardo, che alla fine perde anche la casa dove abita; il provocatore; l’invidioso, l’ingrato; l’ospite invadente; l’intollerante, cioè l’uomo troppo severo nel giudicare i peccati altrui; il prodigo; lo scroccone; il marito troppo geloso; chiunque tradisca un vincolo di parentela; l’innovatore che pretende di stabilire delle regole incompatibili con la fisiologia umana o animale; i figli disobbedienti.
Che ne pensi, caro lettore? Favorivano gli uomini mia nonna, mia madre e mia zia, le principali narratrici delle storie in questione? Oppure promuovevano modelli ottimali per il bene comune, perché la vita continuasse? Le virtù apprezzate negli uomini non differiscono molto da quelle delle donne; con meno responsabilità in casa, meno impegno nelle cure materne, meno pazienza, forse, ma in più l’obbligo di affrontare i perigli del mondo, compresa la partenza per necessità economiche, la guerra e persino il combattimento contro mostri spaventosi per proteggere la donna.
La donna della società tradizionale a confronto con quella moderna. Le mie idee su questo punto sono ancora più impopolari di quelle esposte al punto precedente. Non ho speranza contro i retori del modernismo, capaci prima di rifilarci un profondo degrado morale convincendoci che sia una liberazione e poi, una volta che ne abbiamo assaporato i tristi frutti, incolpare il fascismo e il patriarcato (come i politici, che incolpano l’amministrazione precedente delle promesse mancate!); capaci persino di accusare gli afghani, dai quali ho imparato che “il paradiso è sotto i piedi della madre”, di non rispettare le loro donne. Ma devo provarci! E devo farlo tenendo conto di pochi indicatori, per motivi di leggibilità.

Il primo che mi viene in mente attiene al trattamento della donna nella cultura dei giovani. Abbiamo appena analizzato la nostra narrativa, che insieme a quanto udivamo in chiesa costituiva l’unica fonte di ispirazione culturale: ci portava a sognare un grande amore, da conquistare e difendere, per dare vita a una famiglia. Confrontiamola con un genere musicale tra i più diffusi, che manda in visibilio tanti adolescenti: la musica trap, sulla quale ho condotto uno studio approfondito. Su un campione di 46 canzoni, ho conteggiato le seguenti parole: bitch (cagna, in inglese): 44 volte; puttana: 22; troia: 14; hoe (contrazione slang di “whore”, cioè puttana, in inglese): 12; puta (puttana, in spagnolo): 7; thot (acronimo usato nello slang del rap: “that hoe over there” oppure “thirsty hoe over there”): 7; pétasse (cagna, in francese): 1; escort: 1. E inoltre sesso violento e sprezzante, in tutte le salse. Una sola di queste parole, fino a qualche decennio fa, avrebbe comportato l’estrazione di qualche coltello, ma ora se ne cantano lunghe sequenze a squarciagola, sotto l’egida dei grandi poteri, con gli intellettuali di regime pronti a difendere gli offensori. Si può pensare che l’ascolto ossessivo di certa robaccia per delle ore, che non porta certo a sognare il grande amore, lasci indenni le tenere meningi dei ragazzi? E si possono immaginare le conseguenze, nella vita pratica?
Secondo indicatore: soddisfazione professionale. Non c’è dubbio che la donna della tradizione, soprattutto nel mondo rurale, lavorasse molto: i figli, la casa, la fattoria, la campagna… sempre in attività. Ma il risultato del lavoro era tangibile, soddisfacente; si condivideva di tutto, dal cibo alla fatica e al dolore; si suonava e si cantava[2] anche durante il lavoro e alle tribolazioni si alternavano le feste, numerose[3] e sentite. La donna moderna, benché spesso sofferente di eccessiva sedentarietà, è meglio nutrita e meno esposta alle intemperie, ma se indaga sui risultati del suo lavoro scopre dei capitali che crescono smisuratamente, che si trasformano in operazioni culturali, sociali, politiche e militari, le quali a loro volta generano vere mostruosità. Spesso, si accorge non solo di non aver realizzato qualcosa che le sia caro, ma addirittura di aver contribuito a qualcosa di detestabile.
Terzo e ultimo indicatore: soddisfazione biologica. È il più importante, in quanto attiene alla sopravvivenza della comunità. I nostri villaggi, nei secoli passati, non sono mai stati a rischio di sparizione per mancanza di figli. I dati dei censimenti denotano una prolificità paragonabile a quella che osserviamo nelle immagini dalla Palestina o dall’Afghanistan. Le foto antiche e i dipinti veritieri (non quelli dei pittori massoni o progressisti, inclini ad esagerare gli aspetti miserevoli di quella vita) mostrano famiglie numerose ed unite, con bambini vivaci e donne fiere (non oppresse dai patriarchi!), indubbiamente consapevoli del loro ruolo di perpetuatrici della comunità, molto più interessate alla “carriera” dei figli che non alla propria. È noto ed innegabile che la mortalità infantile fosse elevata, ma la fede e le pratiche religiose aiutavano ad elaborare il lutto senza cadere in depressione, cosicché il bilancio biologico complessivo era sempre positivo. Al contrario, l’impiego della donna a tempo pieno, insieme alla promozione di modelli (sia maschili sia femminili) goderecci ed infertili, ci hanno portato all’attuale “inverno demografico”. L’attuale tasso di fertilità, di circa 1,2 figli a donna (includendo gli stranieri, più prolifici di noi), implica che 20 persone ne mettano al mondo 12, e che quelle 12 ne mettano al mondo 7, e così via a diminuire. Ciò significa non soltanto che, così continuando, il nostro popolo scompare in poche generazioni, ma anche che un’enorme quantità di donne invecchiano senza generare alcun figlio. Una condizione di sofferenza ineludibile, che persiste a dispetto di varie forme di consolazione fornite dai nostri media, aggravata dalla constatazione di come il vuoto demografico che si crea venga riempito rapidamente da persone a noi estranee, nonché ostili per molti aspetti, che nella maggior parte dei casi invadono prepotentemente il nostro territorio e per le donne costituiscono una minaccia anche fisica.
È sufficiente per concludere che la donna italiana, quando non appartenga a categorie super-privilegiate, ha perso parecchio, nella transizione dal vecchio sistema al nuovo? Ciò è del tutto naturale, dal punto di vista socio-politico, e perché il capitalismo è un sistema che, rispetto alla società cristiana, concentra risorse e privilegi ai danni di moltitudini, e perché la sostituzione di un popolo nativo con una mescolanza priva d’identità etnica, pratica cui è uso l’imperialismo anglo-sassone, non può avvenire senza periodi di grande oppressione.
Chiuderei con dei versi, in linea con una tradizione che nel mio territorio sopravvive ancora. Un appello a reagire a quest’ultima versione di un divide et impera che comincia ad essere datato, contro il quale sarebbe tempo di reagire.
Non gli credete! Vi vogliono tristi,
sole, chiuse in voi stesse, disperate,
che non abbiate bimbi e che lasciate
libero il campo a schiavi ed a schiavisti.
Noi invece vi ameremo, da altruisti,
fino ad esporre il corpo alle granate,
per darvi in dono una feconda estate,
di vita e gioia ostinati apprendisti.
Perché quel mondo di istinti brutali
dove un cupo, feroce patriarca
rende la donna oppressa ed infelice,
è quello che innalzò le cattedrali;
era il mondo di Laura, di Petrarca,
era il mondo di Dante e di Beatrice.
[1] Su queste due categorie l’etica popolare sembra contraddirsi, in quanto in alcune storie si ride di un ingenuo gabbato da un furbacchione, mentre in altre si gioisce per un profittatore che viene punito o umiliato. A fare la differenza sembrano essere alcune circostanze secondarie: se il raggiratore ottiene il suo scopo attraverso un’ingegnosa panzana (come quella secondo la quale i topi mangerebbero il ferro degli attrezzi agricoli) o, comunque, il raggirato dimostra dabbenaggine in sommo grado, allora la frode appare legittima e al perpetratore, che risulta simpatico e vincente, viene perdonato anche il furto. Al contrario, se qualcuno, per avidità, cerca di approfittare del prossimo con un furto ordinario, con inganni tipici di commercianti o di colleghi disonesti, allora perde ogni simpatia ed è lui a rimanere scornato.
[2] Nelle interviste sulle tradizioni del nostro territorio condotte dall’antropologo Mario Polia, uno dei rimpianti più soventi espressi dagli anziani è per lo spontaneo e gioioso uso di cantare, che si è perduto.
[3] Bianco di Saint-Jorioz, ufficiale piemontese in missione nell’ex Regno delle due Sicilie, appena dopo l’unificazione d’Italia, ne scrisse ritenendo il loro numero eccessivo, tale da essere d’ostacolo ai moderni sistemi di produzione.
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