FARE ‘BENE’ IL BENE: APOLOGIA DEL VOLONTARIATO

da Chiara Soldani

“La felicità esiste solo nel dono, nel dono completo”. Questo ci ha insegnato Léon Degrelle, ricordando l’importanza del donarci, del donare. Un po’ come D’Annunzio, con uno dei suoi motti più belli: “Io ho quel che ho donato”. Eppure, nonostante questi Maestri illustri, quante volte ce ne ricordiamo? Quante volte ci poniamo la domanda: “Cosa posso fare, io, per gli altri?”. Certo, fare bene all’altro (per quanto possa essere da noi amato) non deve mai implicare l’annullamento, l’umiliazione: “Amerai il prossimo tuo come te stesso”, reciterà per sempre il Vangelo. E questo, non dovremmo dimenticarcelo mai. Ma ognuno di noi ha un grande potere. Il potere di fare qualcosa di buono, qualcosa di bello. Un messaggio, un sorriso: “Come stai?”, “Ti ho pensato”, “Avvisami quando arrivi a casa…”. Possiamo tenere aperto il portone ad una donna col passeggino o cedere il nostro posto, sui mezzi, ad una persona anziana. Cambieremo il mondo con questi gesti? No di certo. Il Male non cesserà di esistere, la cattiveria continuerà a colpire proprio dove provoca dolore. Ma noi, avremo fatto il nostro. O almeno, ci avremo provato. Magari non cambieremo la vita, a quella persona cui stiamo pensando. E non cambieremo neppure la vita a quella donna col passeggino o alla signora anziana sulla metro. Però, di certo, avremo migliorato la loro giornata. Ed è cosa da poco?! Il Bene, del resto, genera sempre Bene. Quel piccolo seme di bellezza e d’amore non andrà mai sprecato.

NON FARTI SCORAGGIARE

Se state pensando a quanto brutto, spesso ingiusto, terribilmente egoista sia il mondo d’oggi, state pensando bene. E allora, perché non lasciarsi travolgere dalla corrente? Perché non fare esattamente quello che fanno tutti? Semplice, perché noi non dobbiamo “essere e fare come sono e fanno tutti”. Noi, che abbiamo un modo diverso di vivere il mondo, che ci rifiutiamo di vedere solo il Male preferendogli il Bene, non dobbiamo solo dire le cose: dobbiamo farle. Essere Esempio: per quanto imperfetti, talvolta volubili. Possono cambiare le foglie ma non le radici. E le nostre devono essere nutrite col Buono. Amore e bontà, quindi. Due ingredienti fondamentali senza i quali nessuna ricetta riuscirebbe mai bene. Due elementi tanto preziosi quanto limitati (un po’ come lievito e farina, nei tristi tempi dell’isolamento pandemico). E allora, facciamo lievitare questo piccolo panetto. Facciamo che diventi più soffice e paffuto. Prendiamocene cura con atti di bellezza e gentilezza, con amore disinteressato, con altruismo genuino. Il volontariato, ad esempio, può aiutarci molto in questo.

NEL MONDO DEL VOLONTARIATO

Da “voluntas” che significa “volere”, il volontariato è prima di tutto una scelta. Una scelta che implica investimento di tempo, di cuore, di energia. Essere volontario significa mettersi a servizio dell’altro. Accoglierlo nel suo dolore, nella sua fragilità. Essere volontario significa porsi sulla stessa frequenza: tendere la propria mano, dare un aiuto. Portare sulle proprie spalle il peso che grava sul corpo ma, prima ancora, sul cuore altrui. E dal dolore condiviso, si genera più Bene. Più amore, quell’amore autentico e sano di cui tutti, proprio tutti, abbiamo sincero bisogno. Ci sono molti modi per fare volontariato. Quello che richiede maggiori risorse, oggi, è certamente quello ospedaliero. Del resto entrare in un ospedale è sempre faticoso. A chi piace? A nessuno, ovviamente. Può essere una gioia solo se una nuova Vita scalpitante è pronta per venire alla luce. Fattore non da poco è stato lo stop forzato ai volontari nel periodo covid: molti, purtroppo, hanno poi desistito. Non c’è ricambio, soprattutto generazionale. Perché, diciamolo, oggi l’iper fifonaggine induce, specie i più giovani, al sottrarsi ai dolori della vita. A quelli aspetti cupi dell’esistenza che portano ad interrogarsi e “frugarsi dentro, come un coltello”. Questo coltello può sì farci male. Possono arrivare lacrime, possono sorgerci domande scomode che a loro volta scomodano il nostro presente ed il nostro passato. E magari, pure il futuro. Ma queste lacrime, questi coltelli e queste domande fanno pur sempre parte del vivere. Fanno pur sempre parte del viaggio. E allora, lasciamo che le guance si inumidiscano un po’. Ma poi asciughiamoci gli occhi. E proseguiamo l’avventura della Vita.

COME POSSO DIVENTARE VOLONTARIO?

Il volontariato ospedaliero richiede un iter piuttosto rigido. In primis, sono previsti colloqui per valutare l’idoneità. Se l’esito è positivo, si prosegue con tirocinio in reparto da coniugare a corsi di formazione ad hoc. Fondamentale è la gestione emotiva: per ottenere gli attestati necessari bisogna dimostrare di aver appreso “l’abc” dell’etica, della comunicazione, della psicologia. Imparando, soprattutto, a maneggiare con cura quello strumento meraviglioso e prezioso chiamato “empatia”. Da “Empatheia”, cioè stare dentro al sentimento, al “pathos”. Cercare di capire l’altro, di sentire ciò che sente, in quelle ore di turno (di norma non inferiori alle 4 settimanali). E di associazioni, di cose buone da fare ce ne sono tante. Realtà come ABIO, per esempio: Associazione per il Bambino In Ospedale, attiva in tutta Italia. Oppure Cuore di maglia, un gruppo di cuori e mani d’oro che realizza pupazzetti e completini per le TIN (Terapie Intensive Neonatali). La loro sede è a Torino. Altra realtà storica è rappresentata da ACVO: Associazione Collaboratrici Volontarie Ospedale di Legnano. Ben 90 anni di attività sul territorio e nei reparti del nosocomio legnanese. Tanta dedizione e voglia di “fare bene il Bene”, come ci ha insegnato San Giovanni Battista Piamarta. Colui che ha aiutato i più giovani, fornendo basi solide per il loro futuro. La sua opera ha infatti agito mossa dalla speranza: un “domani” migliore, a partire dall’oggi. Quella “Spes” che significava e significherà per sempre “tendere verso una meta”: “In spes adducere”. Per nutrire, dare, riporre amore e speranza, in tutto ciò che si fa.

UN VIAGGIO NELLA TIN CON LA OCTOPUS THERAPY

La Octopus therapy nasce in Danimarca nel 2013. Ancora troppo poco conosciuta, ha il nobile compito di coccolare le piccole creature ricoverate in terapia intensiva neonatale. Teneri polipetti di maglia, con i loro tentacoli riproducono il cordone ombelicale: dato il distacco forzato dal calore materno, i piccoli possono così sentirsi ugualmente al sicuro. Oltre all’aspetto emotivo ce ne è uno anche pratico: quello di distrarre i bimbi affinché non strappino le numerose sonde e tubicini cui sono legati. Ci sono anche copertine realizzate ad hoc, accessori morbidi e colorati assieme a capi tecnici e copertine nanna: tutto il necessario per poter coccolare questi scriccioli, costretti nelle incubatrici. Il protocollo care (che regolamenta l’attività), prevede infatti l’accudimento e la cura dei neonati prematuri per agevolarne lo sviluppo. I requisiti dei polipetti TIN sono ben precisi: i tentacoli devono essere di 21/22 cm, l’imbottitura in fibra deve essere lavabile a 60° e ben cucita. I pupazzetti sono prima tenuti a contatto con la pelle della mamma, poi vengono inseriti nell’incubatrice del proprio bambino. L’associazione Cuore di maglia, si occupa di questo. Antesignana, in Italia, è stata la terapia intensiva neonatale dell’ospedale Niguarda di Milano. Bravi, bravi, bravi!

BASTA ANCHE UN PICCOLO GESTO

Modi per fare del Bene ce ne sono molti. Anzi, moltissimi. Ufficiali o non, l’importante e fare, agire, amare. Perché l’amore ha un valore inestimabile. Inestimabile come il suo potere. Quando dico “amo” annullo ogni limite, ogni distacco, ogni distanza. Perché l’amore non conosce ruolo o gerarchia. Puoi amare quel bambino anche se non ti chiamerà mai “mamma” o “papà”. Sì, puoi amarlo comunque. E puoi renderlo felice, anche nel breve intervallo di una mattina o di un pomeriggio qualunque. Puoi dare una mano a quella anziana anche se non sarà mai la tua nonna. Ma nel cuore, del resto, non esiste periferia. Il cuore è tutto centro. Possiamo amare e agire nel segno del Bene: “Perché è così che fanno i buoni: continuano a provarci, non si arrendono mai”.

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