Per non morire ‘americani’

da Marco Scatarzi

Facciamo outing: almeno una volta, in questi anni, Donald Trump è riuscito a strapparci un sorriso. Sarà per la lotta all’immigrazione, per la reticenza ad accettare i diktat pandemici o per il contrasto aperto alla marmaglia woke, ma quando il mainstream progressista di tutto l’Occidente lo dipinge come un demonio – dobbiamo ammetterlo – un sussulto di empatia stuzzica le corde del nostro animo ribelle. Perché Donald Trump incarna un modello impattante, costruito per non essere ignorato e veicolato attraverso una comunicazione studiata ad arte per lasciare il segno: sfrontata, chiara, ironica, diretta e divisiva, che innesca polemiche, suscita entusiasmi e domina il dibattito. Il suo atteggiamento da outsider, bullo e trascinatore, è riuscito nell’ardua impresa di sintonizzarlo sulle frequenze più recondite dell’America profonda, interpretandone paure e speranze. Nella sua narrazione, in certe fasi, ha ricalcato appieno lo stereotipo del populista ‘pop’: l’uomo del popolo in lotta contro un deep State corrotto.

Quando mi è capitato di attraversare quelle terre – fatte di ranch antichi, di  parrocchie brulicanti e di signori seduti alle tavole calde con la pistola nella fondina – ho toccato con mano questa identificazione, talvolta una vera e propria idolatria da transfert, pacchiana e sincera come un mandriano del vecchio West: ogni singolo villaggio era addobbato da decine di bandiere con il suo volto, da cartelli che inveivano contro il governo in carica e invocavano il secondo emendamento del 1789, quello che autorizza ogni individuo a detenere un’arma. In tal senso, Trump è un genio: lui, plurimilionario con ottime entrature, è divenuto il simbolo di quell’America delusa e abbandonata che un tempo mandava avanti la prima potenza del mondo e oggi si sente inutile, superata e inascoltata. Lui, che pure è nato nella New York della finanza apolide ed è cresciuto all’ombra di un meccanismo di evidente forma mentis, si è fatto paladino di quel mondo rurale e operaio che vive ancora la terra e rifiuta uno Stato federale considerato invasivo, ingombrante e corrotto. Sempre lui, è oggi il simbolo di una destra variegata e trasversale nella quale – con la formula retorica di un’America che dovrebbe tornare grande – si radunano liberali e conservatori, ma anche libertari, QAnonisti e suprematisti bianchi. Seppur tra mille differenze di contesto e sostanza, ricorda un po’ il Berlusconi dei tempi d’oro: l’uomo che si è fatto da solo, apparentemente libero da potentati stantii, inviso alle sinistre e capace di chiamare a raccolta folle oceaniche, protagonista indiscusso di un manicheismo polarizzato tra la mitizzazione più trash e l’odio più cieco. Una personalità perfetta per quella politica dello spettacolo che assai di rado – nostro malgrado – corrisponde con lo spettacolo della politica. 

MAKE AMERICA GREAT AGAIN 

Lo slogan trumpiano ha il pregio di rammentarci un fatto conclamato, che troppi paiono dimenticare: sebbene in apparente declino, gli USA vogliono tornare (o semplicemente restare) la prima potenza del pianeta. Il che – depurato dal classico gigantismo da campagna elettorale, utile per arringare la truppa e darle una fetta di gloria da raggiungere – significa anzitutto una cosa: la politica estera americana deve continuare a essere la politica interna del mondo. Perché l’establishment statunitense – impregnata di pragmatismo strategico, fanatismo millenaristico e cinismo da manuale – non ha alcuna intenzione di lasciare libero il campo. E perché mai dovrebbe farlo? Trump, come i suoi predecessori, non fa eccezione in tal senso: le dichiarazioni di guerra al globalismo vanno lette come un naturale e condivisibile contrasto ideologico alle fasi più avanzate della ‘società aperta’, non come una crociata antimondialista. Si crede, forse, che il biondo tycoon voglia disancorare l’economia mondiale dal dollaro, affondare la propria flotta e smantellare le centinaia di basi militari sparse per il globo? Perdere il controllo delle rotte energetiche, tagliare la fibra ottica che attraversa l’Oceano e far rientrare i propri satelliti? Denuclearizzare il proprio arsenale, azzerare le proprie sfere d’influenza e ordinare alla propria intelligence di andare a dirigere il traffico? Sebbene possa far piacere constatare che il Presidente degli Stati Uniti pensi di tagliare i ponti con la retorica LBGT o la furia etno-masochista dei Black Lives Matter, non è possibile fare a meno di ricordare che – per dirne due – sotto il suo precedente mandato non ha comunque evitato di proporre Gerusalemme come capitale di Israele e di far assassinare il nobile generale iraniano Soleimani, rischiando il caos in un’area che già aveva affrontato – con gravi responsabilità a stelle e strisce – le ‘primavere arabe’ e il rigurgito dei tagliagole di Daesh.

Le rassicurazioni sulla cessazione del conflitto russo-ucraino – garanzia molto fumosa – sottendono uno scopo più elettorale che geopolitico: del resto, che fossero Dem o Repubblicani, gli ultimi esecutivi americani hanno adottato approcci meno frontali alla guerra, soprattutto dopo il disastro iracheno e il pantano afghano. Ciò non significa, però, che non abbiano operato nei più rilevanti quadranti del pianeta, spesso acuendone le linee di faglia a proprio vantaggio. E il vantaggio degli americani, comunque vada, passa dalla perpetua subalternità dell’Europa, la cui potenza – se fosse sovranità continentale – sarebbe una spina nel fianco di Washington.  Questa nemesi – però – non è dettata da una mera convergenza d’interessi che potrebbe risolversi nel perpetuo mutamento dei fattori in campo: è l’essenza stessa degli States a fondarsi sul rifiuto antropologico dell’Europa, della sua storia e della sua Civiltà. Perché la ‘terra promessa’ dei Padri Pellegrini è concepita per offrire rivincita e vendetta contro il ‘vecchio mondo’: non è un caso, in tal senso, che le baggianate sul fantomatico ‘privilegio bianco’ abbiano come bersaglio – prima dell’universo WASP (white anglo-saxon protestant), che pure ha imposto la segregazione razziale fino a qualche decennio fa – l’uomo europeo, eterno colpevole ante litteram […]

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