«Faccia al sole e in culo al mondo!». intervista a Mario Michele Merlino

da Mario Michele Merlino

Fra i personaggi più singolari dell’orizzonte politico-culturale alternativo italiano, tra la fine del ‘900 e questi anni, c’è senza dubbio Mario Merlino. Viene alla luce – e lo rivendica – negli ultimi giorni di Roma ‘fascista’, prima dell’occupazione angloamericana. Il resto è storia: la sua ma anche quella di un Paese che attraversa le stagioni più cariche ed anche drammatiche. Capelli e barba lunga, occhiali tondi, Mario è una sorta di Augusto Daolio nazional-rivoluzionario dei nostri tempi. Oltre a essere citato da Pasolini come ‘capellone’ – che già varrebbe come medaglia al valore – ha rameggiato in ogni direzione, estendendo la sua azione intellettuale e letteraria su territori spesso inconsueti.

La disillusione verso questo mondo posticcio e il disagio di una realtà troppo stretta è comune a molti. Ma pochi poi vedono illuminarsi la scintilla interiore che fa passare da quella disillusione all’azione, a mettere in gioco la propria vita borghese per opporsi a un sistema orizzontale e poliziesco. Quando hai sentito in te accendersi la scintilla?

L’estate sta finendo sulla costa romagnola, anno 1960. Una bizzarria, una inquietudine, una insofferenza, una sfida, a sedici anni: porto in tintoria una camicia bianca, la rendo nera l’indosso, prendo il treno direzione Forlì. In Piazza Aurelio Saffi, gente a bere l’aperitivo ai tavolini: chiedo dove sia la corriera per Predappio. La scena appare loro comica: un ragazzetto magro, occhialuto, con un ciuffo di capelli ingovernabile, in camicia nera – il ridicolo mi risparmia insulti e botte… Arrivo dal Duce, sulla sua tomba. «l’inizio è sempre una divinità – scrive Platone – e salva ogni cosa». Una scelta di vita, un modo d’essere più e al di là di una linea di fronte, di una barricata politica. Il 15 ottobre 1960, dopo aver partecipato agli scioperi studenteschi, con Roberto e Girolamo mi iscrivo alla Giovane Italia. Oltre sessant’anni dopo, l’insofferenza s’è trasformata in consapevolezza, in carne ossa sangue. Le emozioni antecedono il ragionare, questo mondo non mi piace, mi sento escluso, straniero e… atto di vanità: me ne vanto. 

Di te non si può dire che ti sia risparmiato: tante iniziative, tante collaborazioni, tanti rapporti, insieme a tanti momenti duri che ti hanno certamente forgiato. Cosa insegnano le difficoltà della vita?

L’esperienza poco serve a se stessi; nulla se sono gli altri a fornirtela.
Né rimpianti, né rimorsi. Soprattutto, «uno schianto, non una lagna. Per costruire la città di Dioce che ha terrazze color delle stelle». Né rimpianti né rimorsi.

Il cameratismo oggi: è solo una stretta di avambraccio o c’è dell’altro, c’è di più?

Si corre lungo il Viale. Dietro lo scalpitio, l’incalzare disordinato degli inseguitori. Tanti e cattivi. A un tratto Claudione si slaccia il cinturone e, con voce affannata e decisa,  «non mi va più di scappare. Io carico». Si gira e noi non possiamo fare a meno di essere con lui. Li abbiamo sbeffeggiati con il saluto romano, non ce lo perdonano.
Ora resta solo lo scontro. Darsi l’avambraccio come gesto di appartenenza, non basta di certo. È la mente e il cuore che stabiliscono chi siamo e chi è con noi. Lo stile è l’ordine complessivo del quotidiano esperire, nel condividere e nel riconoscersi. Una comunità […]

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