L’uomo residuo arnese della modernità

da Valerio Savioli

Capita di avvertire un senso di inadeguatezza rispetto all’incedere di questo tempo, talvolta pare di assistere allo scorrere di ciò che è noto come ‘progresso’ con sguardo a tratti assente. Scivolare nel fatalismo è una costante tentazione, funesta e silenziosa. Con tutta onestà, è difficile biasimare un atteggiamento del genere. È infatti proprio di chi custodisce ancora la speranza di ridestare il proprio spirito su un mondo diverso, a porre l’individuo in una determinata condizione esistenziale. Avvertire – e quindi patire – nella carne lo sconforto e l’impotenza sono sintomi che ancora fanno presagire la persistenza di una presenza umana.  È curioso che proprio nel ‘migliore dei mondi possibili’ siano disponibili, sempre più a buon mercato, una serie di soluzioni che sembra vogliano proprio lenire questo patimento, questo dolore. È proprio del ‘migliore dei mondi possibili’ offrire al suo prototipo di uomo realizzato, l’Uomo Residuo, non solamente una gamma di allettanti e assortiti prodotti che vanno dagli antidepressivi agli stupefacenti di vario grado e prescrivibilità, alla pornografia, ma l’attuale presente – rispetto a cui nessuna alternativa è contemplabile – porta generosamente in dote l’accesso a un altro piano dell’esistenza, quello virtuale.

La perdita del senso del reale è la cifra più marcante del concetto di ‘postmodernità’. Costantemente si disserta sul tecno-capitalismo, ossia dell’ircocervo che assomma in sé la protervia di un capitale sempre più sfrenato unitosi con l’ambizione tracotante della tecnica. Vogliamo dare per assodato, come premessa scontata ma doverosa, quelli che sono stati i traguardi positivi, e quindi benefici, di una serie di conquiste tecnico/scientifiche ma ci teniamo immediatamente a segnalare che la nostra sfiducia nei confronti del concetto di ‘neutralità della scienza’ ci impone a tenere sempre presente la sua potenziale ambivalenza. Ai piedi di ogni edificazione intellettuale esiste un processo di ‘pre-scelta’ capace di orientare la prospettiva di analisi che si svilupperà, solo in seguito la ragione interverrà tramite la propria logica. Stiamo parlando della visione del mondo, nota anche come Weltanschauung.

La visione del mondo guida quel processo scientifico-razionale, la stessa ‘concezione dell’uomo’ non ne è avulsa.  Proprio in base a questa considerazione è impossibile sostenere la tesi della ‘neutralità della scienza’, nelle parole di Giovanni Monastra: «la scienza, tutta la scienza, non è una realtà asettica, che l’uomo guarda come dal di fuori, ma si presenta intrinsecamente legata alla soggettività di quest’ultimo, condensandone, manifestandone e veicolandone in modo subliminale, talvolta all’insaputa degli stessi ‘attori’, desideri, bisogni, aspirazioni, concezioni e visioni interiori. In definitiva la scienza si nutre di idee extrascientifiche, le quali – nonostante le illusioni degli ultimi epigoni del positivismo – sono assai più attive di quanto si voglia far credere». In questa cornice entrano in gioco le forze storiche che con le loro complesse dinamiche hanno plasmato il risultato di questo presente. L’incedere della storia non è mai lineare, piuttosto potremmo dire che questa proceda a balzi. Citando Franco Cardini «quel che accade è sovente imprevisto, talvolta addirittura imprevedibile. La linea della Storia si spezza sempre e di continuo». Volgendo lo sguardo al passato si possono però individuare delle forze le quali, in base a determinati rapporti di potere, hanno inciso più di altre sullo scorrere degli eventi. Un’occhiata furtiva sulla storia ci permette, in estrema sintesi, di individuare nell’età dei Lumi un’importante cesura storica, a sua volta giunta a suo compimento dopo una lunga gestazione, capace di inaugurare un graduale scaturire dell’imporsi di una visione meccanicista e razionalista, una fede cieca in una specifica visione di progresso – concetto assai vago – giungendo a una secolarizzazione nichilista dagli inevitabili tratti sclerotici […]

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