Né luddisti né modernisti: la sfida dell’IA

da Cristiano Puglisi

Dopo quella di internet, alla fine degli anni Novanta del XX secolo, e quella degli smartphone (metà anni Duemila), quella dell’intelligenza artificiale (IA) sarà, con ogni probabilità, la terza grande rivoluzione sia tecnologica che antropologica nel giro di neppure un trentennio: l’ennesimo stravolgimento complessivo di costumi, abitudini e modi di interagire con gli altri e di vivere la propria quotidianità che l’essere umano dovrà affrontare e al quale, volente o nolente, dovrà adattarsi per poter sopravvivere. Così come internet (prima) e lo smartphone (poi) hanno profondamente influito sullo zeitgeist della contemporaneità, anche l’IA avrà un ruolo non secondario nel definire i contorni delle società del prossimo futuro.

Del resto, con l’avvento del web le distanze geografiche erano sembrate accorciarsi, favorendo l’idea di un ‘villaggio globale’ in cui le differenze e le peculiarità potessero dissolversi in una sorta di mercato planetario che avrebbe inevitabilmente portato – in scenari da ‘fine della storia’, presto rivelatisi almeno parzialmente inesatti – ad annullare le specificità di popoli e nazioni, così da generare un unico tipo umano, il global consumer. Poi, l’esplosione del fenomeno dei telefonini ‘tuttofare’ – con le loro fotocamere e il corredo di applicazioni e social network in grado di penetrare qualsiasi campo dell’attività umana – ha condotto l’homo sapiens  allo sviluppo di una percezione sempre più solipsistica di sé, tanto che se ne è vista l’apoteosi nel periodo della pandemia da Coronavirus del 2020. Allora, quali conseguenze avrà questo nuovo rivolgimento planetario? Il consesso dei sociologi, vale a dire gli studiosi maggiormente titolati ad azzardare delle previsioni, a tal proposito non vede emergere una posizione netta o unanime. 

Vi è chi, per esempio, preconizza la fine del lavoro o, per lo meno, del lavoro così come è oggi comunemente inteso: tra gli altri, Aaron Benanav, sociologo e storico dell’economia, nel suo Automazione. Disuguaglianze, occupazione, povertà e la fine del lavoro come lo conosciamo, pone il tema dei rischi dell’automazione industriale sul versante sociale, vista la progressiva sostituzione dei lavoratori umani in diverse funzioni e settori, con l’inevitabile e ineludibile corollario di preoccupazioni. Una visione differente, per certi aspetti meno pessimistica, è quella proposta dal filosofo Luciano Floridi, già docente di Filosofia ed etica dell’informazione alla prestigiosa Università di Oxford, che in una recente intervista al sito Startupitalia.eu ha dichiarato che «il lavoro non mancherà. Quando sento dire, “la professione dell’avvocato scomparirà” mi viene da ridere. Guardiamo i dati. Dall’avvento del digitale abbiamo assistito da un’esplosione di problemi legali da gestire. È vero, magari l’avvocato che faceva le pratiche per l’assicurazione scomparirà ma a fronte di altre opportunità. Oggi negli Stati Uniti ci sono due posti di lavoro per ogni persona che lo cerca eppure siamo nell’epoca dell’intelligenza artificiale e della robotica che è partita negli anni ’60. A quest’ora avremmo dovuto essere tutti disoccupati. L’AI aumenta enormemente la produttività, quindi, serviranno competenze per gestire questi strumenti». A preoccupare il filosofo, piuttosto, è la mancanza di gestione ‘politica’ del fenomeno: «Vero è che stiamo attraversando una rivoluzione di produttività e ricchezza ma la sua distribuzione è iniqua, e l’impatto su ambiente e società deleterio. Ecco perché servono le mani sul volante» […]

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