L’IA non è biologica, è transumana

da Maurizio Martucci

Si scrive ‘transizione digitale’, si legge ‘stravolgimento epocale’. Tutto nasce dal dato e la sua gestione: sono ormai trascorsi 74 anni dal test dell’informatico Alan Turing, autore del primo esperimento di calcolabilità e computabilità delle macchine, e 66 anni dal percettrone dello psicologo Frank Rosenblatt, padre del primo modello di rete neurale artificiale. Da qui parte il presupposto dell’uso nascosto dell’odierna Intelligenza artificiale (IA): gli esseri umani sono incapaci di gestire la più grande banca dati di sempre, controllabile esclusivamente da applicazioni superintelligenti. L’algoritmo fa la differenza, la specie è il vero problema. Siamo imperfetti, ci dicono dall’alto delle teorie turbo-transumane. Prometeo 2.0 non teme Zeus, siamo all’apocalisse dei cyborg.

«Le strabilianti innovazioni scatenate dalla Quarta Rivoluzione Industriale, dalla biotecnologia all’Intelligenza artificiale, stanno ridefinendo ciò che significa essere umani». Col concetto di intelletto sintetico, i fautori della più estrema mutazione della storia ambiscono a ridefinire il perimetro d’azione dell’intera umanità, assoggettata dalle nuove tecnologie. Altro che le tre leggi della robotica di Isaac Asimov e la saggistica fantascientifica di Philip Dick… Il chimico James Lovelock, transumanista radicale, teorico della teoria del cambiamento climatico e dell’ipotesi ecologica ‘Gaia’, già nel 1976 vedeva nell’IA l’alter ego dell’essere umano, usurato e perso nella sua stupidità, destinato alla sopraffazione di robot prima o poi senzienti: «L’uomo impone al pianeta cambiamenti molto rapidi, introducendo anche nuove forme di vita inorganica, come i robot». 

La vita liquida nel grande salto darwinista si traduce in due tipi di IA; il sorpasso finale invece accade nella singolarità. Ecco i passaggi. L’IA debole è ristretta, non aspira a gareggiare con la mente umana, si limita a una summa statistica e computazionale di elaborazione dati. È la forma più edulcorata, sdoganata negli ultimi anni sugli smartphone e nelle case: spam di e-mail, chatbot ChatGPT e Alexa gli esempi. L’IA forte è invece molto più potente, spesso mostrata nei film di fantascienza come The Creator: punta a gareggiare con l’essere umano, per poi superarlo nello scontro finale. C’è il modello linguistico LaMDA di Google, costato il licenziamento al suo inventore. «Per me l’anima è un concetto che alimenta la coscienza e la vita stessa. Significa che c’è una parte interiore di me che è spirituale e che a volte può sembrare separata dal mio corpo»: ciò avrebbe detto LaMDA in un dialogo con l’ingegnere-papà Blake Lemoine, una sorta di avveramento del sogno ultra-prometeico di Nick Bostrom, padre del movimento transumanista. Nel libro Superintelligenza, Bostrom sentenzia che le macchine non solo supereranno l’intelligenza umana, ma quest’ultima è destinata a fondersi con l’IA generativa e senziente. Ѐ la visione dei guru della Silicon Valley, da Larry Page a Jeff Bezos fino ad Elon Musk, amico del tandem Meloni-Salvini: la competizione del prossimo futuro non sarebbe più tra umani, ma con androidi e umanoidi, di cui l’IA sarebbe il cervello della contesa. Sostiene Claudia Von Werlhof, ricercatrice nel Centro austriaco di ricerca sulla globalizzazione, che bisogna «iniziare a trasformarci in macchine-umani o macchine umane e ‘fondendosi con il computer’ contribuendo così alla vittoria del ‘transumanesimo’. Il ‘nuovo umano bello’, che finora esiste solo nella propaganda e nella fantasia alchemica degli ‘estropiani’ (coloro che sostengono la fine degli ‘umani’), è visto come l’umano migliorato non essendo più un essere umano» […]

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