Il diritto a non essere madre oltre il diritto ad abortire: una possibile terza via

da Elio Della Torre

I testi sacri delle religioni e i grandi maestri e profeti della Tradizione ci hanno insegnato che, da un punto di vista tradizionale, una gravidanza inattesa può essere letta, per la donna (ma non solo…), come una di quelle occasioni in cui la Provvidenza dispiega sé stessa, magnifica l’anima di lei il cui spirito così esulta in Dio, sollecita l’abbandono della volontà individuale e favorisce la sottomissione alla volontà divina. Tutto questo, per il mondo della Tradizione, rappresenta un valore principiale: ogni qualvolta l’«io» ha l’opportunità di sottomettersi a Dio, lì c’è l’opportunità di ricongiungersi al Principio, di conoscere e assaporare l’Universale, di superare le anguste e limitanti gabbie dell’«io». «Vince Dio chi perde l’io», amava ripetere un grande maestro cattolico della Tradizione, Guido De Giorgio. Le società tradizionali fondano le proprie regole e i propri precetti su questo valore: ogni norma svolge la funzione di veicolare e favorire questa sottomissione.

Il mondo moderno non solo ha negato che il diritto (oggettivo) dovesse svolgere questa funzione anagogica e quindi favorire questa direzione verso l’alto attraverso la conformazione della volontà individuale alla volontà divina, ma ha altresì fatto assurgere la volontà individuale di tutti gli uomini e le donne a diritto (soggettivo). Ognuno ha il diritto di affermare la propria volontà individuale, rompendo così ogni possibile canale di comunicazione con la volontà divina. Il rovesciamento è totale e l’abisso si è aperto.

Una società che, nel contesto moderno dei diritti soggettivi, volesse tentare di affermare i principi e i valori della Tradizione dovrebbe farsi portavoce di questo ragionamento e sostenitrice di questa battaglia politica e culturale: ad ogni diritto soggettivo dovrebbe corrispondere un dovere, non altrui – secondo le logiche del rapporto giuridico – bensì proprio. Affinché la funzione anagogica del diritto venga soddisfatta, per ogni riconoscimento soggettivo della volontà individuale dovrebbe essere assegnato un dovere uguale e contrario che controbilanci, riequilibri e sublimi tale affermazione individuale. Fortunatamente gli ordinamenti giuridici moderni sono ancora ricchi di istituti giuridici provenienti dal diritto romano che garantiscono questa funzione disindividualizzante del diritto soggettivo: la funzione sociale del diritto di proprietà, l’abuso del diritto di credito e la buona fede oggettiva cui deve conformarsi anche il creditore sono tutte valvole di garanzia del sistema del diritto privato fondato, dal XVI-XVII secolo in poi e cioè dal giusnaturalismo e giusrazionalismo moderni, sul sistema dei diritti soggettivi.

Un esempio, estremamente attuale, visto il riconoscimento, prima in Francia e ora in Europa, dell’aborto come diritto soggettivo della donna, potrebbe essere rappresentato proprio dalla tutela della volontà individuale della donna a non essere madre che, secondo i canoni moderni, si traduce nel diritto ad abortire. Invece, secondo la prospettiva poc’anzi affermata, tale diritto di autodeterminazione non necessariamente deve comportare la negazione del diritto a nascere del nascituro, che, secondo una massima che deriva dal diritto romano, per tutto ciò che riguarda gli effetti a lui favorevoli, deve essere considerato giuridicamente come già nato («conceptus pro iam nato habetur»).

Di conseguenza, se anche si volesse cedere alla legittimità del riconoscimento del diritto della donna di non essere madre, piuttosto che affermare semplicemente il corrispondente dovere di tutti di astenersi dal ledere tale diritto, bisognerebbe affermare il dovere della donna di non abortire. Come è possibile che alla medesima donna possa essere contemporaneamente concesso il diritto a non essere madre e il dovere di non abortire?

A Pasqua mi sono ritrovato per ragioni familiari presso la Parrocchia di San Giovanni Battista a Poggiofranco, quartiere della città di Bari, recentemente divenuta famosa per avere, dal 2014, una culla termica di ultima generazione che adatta ai tempi nostri le antiche ruote dei conventi. Si tratta di una culla facilmente accessibile dall’esterno della parrocchia, riscaldata e dotata di sensori: quando il neonato vi viene posto, si attiva un allarme collegato con l’ospedale Policlinico di Bari. Il sacerdote, Don Antonio Ruccia, in quell’occasione, ha ricordato che grazie a quella culla, che permette ad ogni donna, nell’anonimato più completo, di affidare – non abbandonare, si badi! – il neonato messo al mondo alle cure della comunità, sono stati salvati, nel giro di poco più di tre anni, due bambini che oggi hanno una loro vita e l’opportunità di viverla (Luigi nel luglio 2020 e Maria Grazia a Natale 2023).

Che vita è quella di un bambino non voluto? È una vita! Come vive? Non lo sappiamo, ma quel che conta è che egli vive. Tutto questo è poco? No, è tutto. Se l’aborto, parafrasando le parole di Giorgio La Pira, è uno «sconvolgimento nel piano della storia», questo bilanciamento può invertire la piccola storia voluta dai programmi dell’uomo permettendo alla grande storia voluta dai progetti di Dio di affacciarsi nel mondo: con quelle due vite il mondo non è più lo stesso. Si è aperta una breccia di luce e di vita nel buio di un mondo dove l’unica alternativa offerta è la morte.

Offrire questa possibilità alle donne e tendere col tempo a trasformarla prima in onere e poi in dovere, socialmente, economicamente e giuridicamente assistito, significa bilanciare e sublimare i diritti riconosciuti. Significa assicurare ad ogni donna il diritto di non essere madre senza che ciò si esplichi necessariamente nella facoltà di non far nascere il concepito.

Al diritto di autodeterminazione della donna può corrispondere il dovere di non ledere l’autodeterminazione in potenza del concepito. Una terza via è possibile e la politica, con gli strumenti giuridici idonei, potrebbe e dovrebbe farsene carico: fosse anche solo per salvare una vita in più e invertire gli «sconvolgimenti nel piano della storia».

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