Un reporter di guerra scomodo. intervista a Vittorio Rangeloni.

da Vittorio Rangeloni

Ci sono storie che, già dal loro inizio, lasciano presagire incongruenze logiche, andamenti controversi, buchi di trama: ci sono storie che nascono sbagliate. Ma se l’informazione occidentale si è calata progressivamente in una miscela di silenzi, oscurantismo, fake news e russofobia, in maniera direttamente proporzionale ecco che una impellente necessità di ricerca della verità incendia. In queste fiamme spicca il lavoro di Vittorio Nicola Rangeloni, che dal 2015 ha deciso di scandagliare i fili di ordito e di trama nel grande telaio delle trincee del Donbass e che abbiamo intervistato a cura di Vento dell’Est.

Cosa significa fare il tuo mestiere in una zona oscurata dai riflettori? Oltre le motivazioni personali e ideologiche, quali sono le peculiarità, nel bene e nel male, della tua attività nelle zone di guerra? 

Raccontare storie che si discostano dal mainstream – nel mio caso, il conflitto del Donbass – non è mai semplice: la guerra in questa regione è un argomento complesso, che in Italia troppo spesso viene trattato in maniera superficiale, senza approfondimenti e obiettività. Talvolta, addirittura si scade in becera propaganda, fomentando un pericoloso odio piuttosto che far chiarezza: quando milioni di persone ricevono un’informazione viziata, è veramente difficile far emergere le proprie ricerche. Sin dal 2015, per comprendere fino in fondo le dinamiche di questo conflitto – che è contemporaneamente guerra civile e scontro geopolitico -, ho scelto di spendere del tempo sul campo, respirare la stessa aria e le paure della gente che vi si trova coinvolta.

Senza comprendere a fondo ciò che pensa, vuole e sogna la gente che vive in un contesto come il Donbass, è impossibile riportare fedelmente i fatti e parlare onestamente della guerra e, soprattutto, delle prospettive di pace. Così, viaggio senza troppa fretta né pressioni, scopro nuove realtà, villaggi, comunità, parlo con le persone, colgo particolari. Parlo sia con i civili che con i militari. Ciò che per me è essenziale, per le redazioni di molti giornali invece è un limite. Sono anni che mi sento dire da diversi colleghi che sono ‘sputtanato’ per il fatto di trovarmi sul campo: così, le mie testimonianze non trovano adeguata eco […]

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