Algoritmocrazia

da FUOCO

Quando, a inizio ‘900, il sociologo tedesco Max Weber scriveva dell’ineluttabile destino dell’uomo occidentale di rinchiudersi in una gabbia d’acciaio, creata dall’esasperato razionalismo alla base del vorace capitalismo e dell’asfissiante burocrazia, non poteva immaginare quale mostruosa sequela di costrizioni avrebbe successivamente contraddistinto la società contemporanea. E non avrebbe immaginato come alle ancor più solide sbarre del sistema iper-razionalista e iper-capitalista si affiancasse la maggiore incapacità dell’uomo di ragionare e sviluppare un pensiero autonomo e indipendente, anticonformista nel vero senso del termine.

Non si offenda Cartesio, ma se la sua speculazione filosofica era già superata da una serie di problemi irrisolti, oggi è definitivamente tramontata a causa della mancanza del soggetto/oggetto della medesima speculazione: il pensiero umano. Non cogito, ergo sum. Nell’era delle super tecnologie, dove la realtà diviene sempre più virtuale e meno reale, l’individuo è un automa che non vive e non pensa, preoccupato com’è di consumare la propria cinerea esistenza nella costante e predefinita ripetizione di automatismi e abitudini, patologicamente dipendente dai mezzi tecnologici. Costui ha una percezione di se stesso e del mondo circostante alterata, giacché – a seguito del soggiogamento a ogni livello alle nuove e pervasive tecnologie – è incapace di attivare quel normale processo di elaborazione necessario per dare forma e significato autonomi e indipendenti alle esperienze. Senza internet, senza smartphone, senza il navigatore in auto, senza i social media, senza la tecnologia in generale, l’uomo contemporaneo non ha una storia. Nel presente e nel futuro.

La coscienza critica necessaria per stabilire il giusto rapporto uomo/macchina – per cui la macchina sta all’uomo come il cane al padrone – è venuta meno e l’uomo è in balia di paradigmi interpretativi ‘offerti’ dall’esterno, al punto da non saper più distinguere ‘ciò che è’ da ‘ciò che non è’, l’illusorio dal reale, il falso dal vero. Ancor di più, grazie all’affermazione dell’ultima ‘frontiera del benessere umano’, ovvero di fronte a quella che, erroneamente, viene definita come intelligenza, ma che di fatto non può esserlo, in quanto artificiale: l’‘Intelligenza Artificiale’ (IA) è un evidente ossimoro, in quanto attribuisce a una macchina qualcosa che è essenzialmente naturale e prerogativa caratteristica dell’uomo, l’intelligenza appunto. L’IA, tecnologia già presente nelle nostre vite e considerata più che strategica nei programmi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030, segna, di fatto, il trionfo del digitale che non si limita a potenziare o aumentare la realtà, ma a trasformarla radicalmente, fino a creare nuovi ambienti e nuovi mondi da abitare e in cui adottare nuove forme di agire. Domande inquietanti si pongono. Eppure, come detto, l’IA è già parte integrante di uno stile di vita ove l’uomo ha abbracciato in tutto e per tutto la macchina aprendo la fase terminale del riduzionismo e dell’impoverimento culturale: basti pensare che, nell’epoca della comunicazione social, i Millenials non sanno elaborare uno scritto ben strutturato, hanno carenze nell’associazione di idee, non sanno relazionarsi adeguatamente coi propri simili e con le esperienze della vita.

Nulla di nuovo: da tempo, in molti hanno sottolineato come il progresso tecnico e la crescita economica, perseguiti in nome del miglioramento della condizione umana, si siano tramutati in una trappola che sottrae all’uomo il controllo della propria sorte e, in ultima analisi, la libertà. Avendo l’uomo affidato in maniera irreversibile le proprie capacità e responsabilità decisionali a sistemi tecnici sempre più pervasivi, potenti e imperscrutabili, la macchina è diventata il nuovo padrone e l’uomo è in condizione di schiavitù. Benvenuti nell’era dell’algoritmocrazia: l’uomo, abbacinato dalla possibilità di appagare la sua ingordigia senza perdere lo stato di comfort, ha delegato gran parte delle attività giornaliere ad app e algoritmi, costruendo una dipendenza mentale patologica dalla quale difficilmente ne uscirà: in un mondo dove tutto è regolato dal criterio dell’efficienza e della massimizzazione dell’utile da raggiungere col minimo sforzo, la ormai stupefacente tecnologia garantisce risposte accurate, affidabili, rassicuranti. Al punto che tali risposte equivalgono a verità per gli odierni analfabeti funzionali, preoccupati di ‘vivere di solo pane’, proni al servilismo e alla cortigiana adulazione del consumismo: la super tecnologia è la nuova rivelazione messianica e l’efficiente, infallibile e instancabile macchina soddisfa bisogni e piaceri.

Non si cade in errore, dunque, definendo l’artificiale come intelligente, considerato che il cognitivo ha abdicato in favore del ripetitivo e la stupidità è diventata un valore. Ma non per tutti è così, perché le grigie eminenze frequentatrici di Davos – il sodalizio settimanale da cui partono annualmente le direttive che decidono il futuro a livello politico, economico, culturale, sociale, sanitario – non sono affatto stupide. Le élite sanno perfettamente che la diffusa imbecillità dell’homo consumens gioca a loro favore e che l’IA, l’ultimo braccio armato della nuova religione transumanista, aiuterà a diffondere, fino a inculcarlo, il pensiero unico globale e, attraverso l’imposizione di una neolingua politicamente corretta, a definire i criteri della nuova vita dei contemporanei replicanti di Blade Runner. Le élite sanno perfettamente che se questo è l’uomo, un mosaico di pixel o un’associazione di dati scindibile col ‘taglia e incolla’ operato dal digitale, di esso si potrà disporre a piacimento, grazie a un modello di gestione sociale a ‘base radiale’, in cui lo strumento tecnologico, gestito e controllato da remoto, è l’intermediario di rapporti umani artificiosi e stereotipati – ripetitivi e non cognitivi, appunto. E l’individuo, quale atomo isolato e scisso dal resto dei suoi simili, privato delle relazioni trasversali connaturate agli aspetti profondi della vita, è inseparabilmente legato al potere globale e da quest’ultimo sorvegliato, guidato, indirizzato in maniera permanente.

Ma come loro, molti altri conoscono il meccanismo palesatosi negli ultimi tempi. A costoro si rivolge Fuoco che, dopo quattro anni di pubblicazioni e il grande sostegno ricevuto anche per le molteplici iniziative culturali organizzate, è determinato a continuare con fierezza la sua battaglia. Per ricordare a chi non è ancora narcotizzato che le sbarre della gabbia d’acciaio della servitù e del conformismo gregario possono essere spezzate partendo da un moto interiore, da uno sforzo spirituale, dalla consapevolezza che «l’uomo non vive di solo pane» e, quindi, per aspirare all’Alto – e non ad altro – è indispensabile saper fare a meno dell’estrinseco superfluo. Combattere la tossicodipendenza tecnologica, riscoprendo la bellezza dell’in-utile, in un mondo dove tutti sono indaffarati e spinti dal bisogno e dalla necessità, polarizzati dall’utilitarismo economico e materialista, dall’avidità, dall’avarizia, dall’usura del profitto. L’in-utile dello slancio disinteressato, dell’abnegazione, del cuore oltre l’ostacolo, l’in-utile grazie al quale ritrovare la natura dell’uomo e l’autenticità dei rapporti reali (e non virtuali), l’in-utile per cui la vita è una lotta verace e senza esclusione di colpi, alla ricerca della libertà, quale bene supremo. Come ci ha insegnato un cavaliere errante e rivoluzionario di nome Alonso Quijano, al suo secolo Don Chisciotte: «La libertà è uno dei doni più preziosi dal cielo concesso agli uomini: i tesori tutti che si trovano in terra o che stanno ricoperti dal mare non le si possono agguagliare: e per la libertà, come per l’onore, si può avventurare la vita, quando per lo contrario la schiavitù è il peggior male che possa arrivare agli uomini».

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