Chi ha paura dell’Islam?

da Enrico Galoppini

La cosiddetta ‘civiltà moderna’ ha preso forma a partire da un assunto di base: l’‘assenza’ di Dio nelle faccende degli uomini. Dio deve starne fuori; Dio «è morto», come hanno affermato alcuni. Al suo posto è stato eretto a divinità l’ego delle persone. Da qui la fisima della ‘democrazia’, coi suoi parlamenti e l’idea assurda che tutti siano ‘uguali’ e possano avere voce in capitolo nella scelta di chi deve governare. La democrazia ha persino prodotto le peggiori forme di dittatura, poiché l’ego non tenuto a bada e spinto fino alle sue estreme conseguenze mostra il suo aspetto più tirannico. 

Il concetto di ‘laicità’ è un corollario di questa espulsione di Dio dal panorama della politica, dell’economia, della cultura, finanche della religione, se diamo retta alle ultime elucubrazioni di certo ‘clero progressista’. Nel mondo di oggi, tutto viene organizzato e regolato come se Dio non ci fosse. La scuola, poi, è la fabbrica principale di questa desertificazione delle coscienze, non fornendo alcun nutrimento all’anima.

Una volta fatta tabula rasa, ogni follia è possibile: dalla ‘farsemia’ a sfondo pseudo-sanitario con la paura incontrollabile di morire (questa novità!) all’Agenda Onu 2030, una vera e propria riedizione delle «magnifiche sorti e progressive» in salsa ‘inclusiva’ ed ecologista, senza che Dio venga considerato in alcuna maniera. Una ‘visione del mondo’ neoumanista, dove l’uomo, posto ‘al centro’, perde ogni significato profondo dell’esistenza, ridotta a osservanza di precetti moralistici mirati a definire un ‘mondo nuovo’. Una parodia del ‘Paradiso terrestre’, religiosamente indifferente e tutta rivolta al soddisfacimento di bisogni terreni. E questo perché, una volta che si sono voltate le spalle a Dio, anche la fiducia nella vita dopo la morte vien meno. Tutto per la mentalità moderna si gioca qui, in questa vita, che per tal via diventa una corsa contro il tempo per far sbracare l’ego a più non posso.

Questo preambolo era necessario per capire come mai in quelle parti del pianeta che si definiscono ‘Occidente’ (che è un altro modo per definire il ‘mondo moderno’ con la sua mentalità) la religione dell’Islam desta così tanta preoccupazione. Non potrebbe essere altrimenti. 

L’Islam, infatti, è rimasta l’unica religione che non solo postula la centralità e l’assoluta sovranità di Dio; e non solo ricorda incessantemente il premio o il castigo dopo la morte – la vita è preparazione ad essa). L’Islam propone – e oppone – una cosa intollerabile per la mentalità cosiddetta ‘laica’, oggi sciamata dappertutto: regola ogni aspetto della vita, o meglio non dice al musulmano fai come vuoi» (un pilastro del satanismo!), ma offre consigli («La religione è consiglio», recita un celebre detto) e mostra il modo normale, ‘naturale’ di comportarsi in ogni dominio dell’esistenza, dal culto alle interazioni tra gli uomini, anche le più ordinarie e ‘banali’. Pertanto quello posto dall’Islam non è un ‘problema’ di leggi da seguire – ché, al contrario, è proprio la democrazia senza Dio che ne sforna di continuo, creando le proverbiali catene alle quali lo schiavo s’affeziona. Nel sistema islamico di governo il campo del ‘non normato da leggi’ è ampio, perché così dev’essere in una vita libera e responsabile. Esso pone semmai dei limiti, poiché è proprio il senso del limite (nell’Islam gli hudûd Allâh, «i limiti di [posti da] Dio»), quello che l’uomo tende a perdere quando cade in preda del suo ego avendo perso di vista la ‘battaglia’ (il famoso jihâd) contro di esso. È il libero arbitrio che, in questo modo, viene messo alla prova: sapersi adeguare alla “via” indicata da Dio agli uomini per una vita prospera qui e per ciò che ci attende dopo. Posto che ciascuno ha la sua ‘via’ da percorrere per arrivare, tuttavia, sempre al medesimo punto d’arrivo.  Che è anche l’inizio, ovverosia Dio.

Purtroppo, in mezzo a una forma mentis alimentata in ogni modo, anche dallo stile di vita a sua volta rinfocolato dal suo ‘sistema di credenze’, per un ‘occidentale’ sottrarsi al triste destino di finire questa vita senza aver avuto sentore di un senso più alto della celiniana ‘trippa’ è diventata un’impresa quasi impossibile, a meno che non venga per così dire miracolato, e cioè ‘pescato’ per un qualche motivo che sfugge all’umana comprensione. Eppure è questo che ciascuno dovrebbe augurarsi per non sprecare un’occasione irripetibile come quella dello stato umano e non finire nell’evangelico «stridor di denti» una volta che il sipario calerà […]

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