Rivolta contro l’uomo moderno: e tu vivi o sopravvivi?

da Chiara Soldani

Suona la sveglia, anzi: strilla! E subito si corre. Un caffè o la colazione (rigorosamente con l’orologio sotto gli occhi). E le notifiche incalzano, dopo la placida tregua della “modalità offline”. Ti fiondi sotto la doccia e già ti chiedi “Ma che ore saranno?”. Insomma, ai respiri profondi si antepongono i gesti affannati: tutto, rigorosamente, di corsa. Del resto il mondo, oggi, va veloce. Forse troppo. L’automatismo inconsapevole ha soppiantato “l’essere presente nel momento presente”. Il cielo? Boh…per consultare il meteo, apro l’apposita app sul mio i-phone. Un libro? Ma no…mica ho il tempo per leggere! La luna, le stelle? Mah…sinceramente non ci ho fatto tanto caso. Così risponde l’uomo moderno: troppo indaffarato e “distratto” dalle cose importanti, dalle scadenze e orari da rispettare per poter apprezzare la bellezza delle piccole cose.

Un caffè diventa una bevanda concentrata di colore scuro e gusto amaro. Non è più un momento di pausa (possibilmente senza telefono sotto al naso). E nei tragitti (brevi o lunghi che siano), ben difficile trovare un mento che poggia sul palmo della mano, così da poter ammirare ciò che appare dal finestrino. Vediamo, infatti, sguardi bassi: facce incollate ad uno schermo, dita che digitano o scrollano, presenze assenti. Che peccato! Di che colore era il cielo oggi? Ma hai visto che bel sorriso ha rivolto quel bimbo a suo nonno? Dì un po’…hai sentito quel buon profumo di fiori, da quel chioschetto lì, all’angolo? No. L’uomo moderno ti risponderà di no: perché era troppo indaffarato e “distratto” dalle cose importanti, per potersi dedicare a simili fesserie.

L’IMPORTANZA DI GODERSI IL “MOMENTO PRESENTE”

Dal gettonatissimo carpe diem al pur sempre noto hic et nunc: di spunti e motti che ci invitano a “cogliere l’attimo” e ad ancorarci alla preziosa irripetibilità del momento presente, ce ne sono tanti. Eppure, in quanti ci riescono? In quanti sono capaci di vivere la sola certezza che abbiamo, l’adesso? Il cervello vaga: indietreggia nel passato, zampilla nel futuro. Cosa sta succedendo ora? Cosa stai provando? Come ti senti? Ah, non lo so…sto pensando a cosa devo fare domani

Troppe distrazioni. E troppi impulsi: le persone sono frastornate, inebetite. Diciamolo così: i monaci buddisti non sarebbero tanto fieri! Il vivere zen è infatti quanto di più lontano possa esistere, rispetto a questo modo di soprav-vivere. Dare valore al tempo. Godere a pieno degli attimi, anche infinitesimali. Esserne grati, dal profondo e recondito del cuore. E invece, no. “Prima di assaggiare la mia pizza, devo scattare una foto e postarla sui social…devo taggare tutti gli amici, eh?! Altrimenti i followers penseranno che non mi stia divertendo…e faccio un selfie in un posto instagrammabile (possibilmente) mentre do un bacio al mio fidanzato: così potranno vedere tutti che ci amiamo per davvero!”. E così via: la vita, gettata via. Data in pasto a chiunque. Alla mercé di tutti, meno che di noi stessi. Un’esistenza che, prima di essere vissuta, deve essere esibita, svenduta. Prima mostri, poi forse vivi. Ma quel momento, per quanto immortalato, te lo sarai perso: proprio come il palloncino che scivola via, dalla mano di un bambino. Il palloncino vola sempre in alto, per poi non farsi vedere più. Eppure, oggi, va di gran moda la mindfulness: praticare la consapevolezza, dicono quelli bravi. Disconnettersi dal fuori, riconnettersi col dentro. Respira profondamente, allora. Osserva con attenzione ciò che ti circonda. E poi, chiudi gli occhi. Sì: perché, per scorgere la luce, occorre prima fare buio. Spegnere la mente, per quanto si può. Ed interrogare, senza indugi, il proprio cuore. Perché “Ieri è storia, domani un mistero ma oggi è un dono. Per questo si chiama presente”. Il Maestro Oogway, di Kung Fu Panda, aveva proprio ragione: tanto ieri, quanto “ora”.

IL “NON DARE PER SCONTATO”

20,50…80%? Non tutto (per fortuna) è in saldo. Non tutto (per fortuna) è scontato. Invece un certo benessere, una sovrabbondanza di tutto, porta a considerare ogni cosa normale. Dovuta, scontata. Si perdono così meravigliose occasioni per tornare ad emozionarsi. E stupirsi, proprio come fanno i bambini: “Ti darei gli occhi miei per vedere ciò che non vedi”. Un buon esercizio che insegnano (sempre quelli bravi, s’intende) è quello di scrivere almeno 3 cose per le quali essere grati. Una sorta di diario, da aggiornare ogni giorno, prima di andare a dormire. Un bonifico a tanti zeri? Non proprio. Il senso dell’esercizio è quello di cogliere la bellezza di qualche sfumatura, la gioia per un gesto discreto e minuto, un sorriso che decolli da dentro per poi atterrare fuori: sul proprio viso o su quello altrui. Sic parvis magna: così, dalle piccole cose, le grandi. Eppure, dovremmo ricordarcelo. Prima di andare in bicicletta, prima ancora di esserne pienamente capaci, abbiamo fatto piccoli passi con annesse grandi cadute. Delle “S” scomposte, dalle ruote, si sono stampate sull’asfalto: abbiamo perso l’equilibrio, qualche ginocchio si è pure sbucciato. Ma poi, un po’ di acqua ossigenata e siamo ripartiti. A piccoli passi. E poi, grandi progressi. Tutto nasce da quel timido, primo passo. Da quell’imperfetto, titubante tentativo. Perché allora non si dà più valore a tutto questo? Perché ci interessa solo e unicamente il grande risultato? Protinus vive: vivi adesso quello che hai. In “De brevitate vitae”, Seneca esorta proprio a fare questo. Ad essere, ad esserci. Vivi il tuo presente, perché l’attesa è il maggior ostacolo della vita. Riduci lo spazio del contenitore, aumenta il volume del contenuto. Ricordati che sei qui, adesso. Con il tuo respiro, con i tuoi pensieri, con le tue emozioni. Con la tua mente. Soprattutto, con il tuo cuore.

I “GIORNI PERFETTI” CHE CI INSEGNANO A VIVERE

Il 2024, al cinema, è cominciato benissimo. È il caso di “Perfect days”, ultima fatica del regista tedesco Wim Wenders. Il suo è un cinema di nicchia, d’autore. L’amore viscerale per il maestro giapponese Ozu Yasujiro lo ha sempre portato a lanciare uno sguardo visionario verso Oriente. Il 4 gennaio è uscita nelle sale questa pellicola che vede come protagonista il talentuoso ed affascinante (oltre che famosissimo) Koji Yakusho. Interpretazione sublime, la sua. Tanto da essersi guadagnato il premio come miglior attore all’ultimo festival del cinema di Cannes. Film coraggioso: non tanto per le pochissime battute e per una trama di per sé molto lineare. Perfect days ha vinto perché ha proposto uno stile di vita antimoderno. E un modello di uomo diverso, lontano anni luce delle fluide e progressiste porcherie. La vita lenta del protagonista, Hirayama, è in perfetta antitesi rispetto alle corse forsennate e distratte dell’uomo contemporaneo. Il contrasto, anche visivo, tra l’umile casetta di legno e il maestoso Tokyo Skytree rende ancora più potente la sua scelta di “vita alternativa”. Hirayama ha un lavoro umile ma dignitosissimo: è addetto alle pulizie dei bagni pubblici di Shibuya. In realtà è un ex manager, con famiglia più che benestante alle spalle. Eppure, con coraggio, ripudia una vita non più su misura per lui. Rinuncia alla ricchezza materiale, di certo non a quella dello spirito. Per Hirayama ogni piccolo gesto è poesia: dallo spazzolamento accurato dei denti, alla cura minuziosa delle sue piante. A lui la sveglia non serve: apre i suoi splendidi occhi a mandorla, con il fruscio delle foglie spazzate lì, proprio sotto la finestra. Telefono? Zero. TV? Assente. Esce di casa all’alba e per prima cosa, guarda in alto: rivolge così il suo “Ohayo-buongiorno” dritto al cielo. Si nutre di libri (da “Le palme selvagge” di William Faulkner a “Urla d’amore” di Patricia Highsmith). E musica (in cassette, rigorosamente!). Da Lou Reed a Patti Smith, passando per i The Animals fino ai Velvet Underground. E Hirayama è felice così. Nulla di moderno, digitale, avanguardistico. Lui vive, appagato e sereno, nel suo mondo genuino, analogico, antico. Hirayama, possiamo ben dirlo, sa tenersi in piedi in un mondo di rovine. Dal “mono no aware”, concetto tipicamente giapponese che rimanda allo “stupore per le cose” al nankurunaisai”: quella che potremmo definire la fede, riposta nei confronti della vita. Nella placida pausa pranzo, Hirayama-san assapora con calma dei tramezzini. Non guarda mai in basso ma volge i suoi occhi alle fronde degli alberi: li fotografa, ne cattura le ombre. Il tutto, rigorosamente, con una Olympus anni ’90. Tutto è solo in apparenza uguale: ogni giorno non è “un altro giorno” ma un “giorno nuovo”. Tutto da vivere. Sarà poi un sentimento, inaspettato, a sbloccare un caleidoscopio di emozioni: “And I’m feeling good”, come canta la potente, calda voce di Nina Simone. Insomma, quello di Hirayama è uno stile di vita alternativo, un modo di essere e “stare” dove conta la parola che dai, piuttosto che le parole che dici. L’eroe antimoderno creato da Wenders, vince sull’uomo fluido, volubile, progressista. Hirayama, infatti, non è solo bello: Hirayama è diverso.  Un invito, deciso e garbato, a rallentare: Vis tu reviviscere? E tu…sì, proprio tu, vuoi ritornare a vivere?

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