Segnali dell’Apocalisse

da Gianluca Marletta

Per comprendere il significato che la guerra e la pace hanno in pressocché tutti i contesti tradizionali, occorre in primo luogo aver presente la visione dell’uomo e del cosmo che contraddistingue il mondo tradizionale e che, al di là delle differenze di linguaggio e di prospettiva, è caratterizzata da alcuni presupposti comuni.

ESSERE NEL MONDO VUOL DIRE ESSERE IN GUERRA

Il primo elemento da tener presente è che nel cosmo – e specificatamente sul piano di realtà nel quale ci ritroviamo – la presenza della ‘dualità’ a ogni livello rende inevitabile una certa realtà di conflitto, esattamente come sono inevitabili la decadenza, la morte, l’entropia, con tutti i limiti e i travagli connessi. 

Nella Tradizione Indù, il nostro presente mondo è uno dei manava-loka (i mondi degli uomini), mondo di mezzo tra gli svarga-loka (i pianeti superiori) e i patala-loka (gli stati più propriamente inferiori): questa situazione mediana implica inevitabilmente la possibilità del conflitto, perché forze opposte si manifestano sul nostro piano, quello umano – che pure rappresenta uno stato dell’essere fondamentale, perché da esso, e solo da esso, è possibile iniziare il cammino verso l’elevazione e la liberazione. 

Nella Tradizione Biblica e più genericamente abramitica, il presente mondo non ha nulla a che vedere con la nostra collocazione originaria, che è l’Eden; lo stesso mondo presente, in un certo senso, è il ‘prodotto’ della Caduta e quindi in esso sono presenti tutti quegli elementi dissolutivi e conflittuali che trovano nella guerra comunemente intesa una particolare manifestazione.

Da questo punto di vista, per andare al mondo classico ellenico, non possiamo dimenticare la celebre massima di Eraclito di Efeso: «Polemos (il conflitto) è padre di tutte le cose, di tutte le cose è re», che ribadisce lo stesso concetto nello specifico linguaggio della tradizione greca. 

Dunque, la dualità del mondo, opposta all’unità principiale in cui tutto si fonde e si armonizza, è il fondamento del conflitto.

FARE DELLA GUERRA UNA VIA

Da un punto di vista tradizionale, pertanto, il problema della ‘eliminazione della guerra’ non si è mai posto, almeno dei termini utopistici e ideologici della modernità e del cosiddetto ‘pacifismo’. Piuttosto, la questione è come limitare la guerra e, al tempo stesso, come fare in modo che essa, malgrado la sua potenzialità distruttiva, possa diventare una Via spirituale, esercitata secondo principi nobili, e non solo un bruto esercizio di forza spietata e disumana. 

A tale scopo, presso quasi tutte le civiltà tradizionali, sono esistite specifiche ‘ascesi guerriere’ finalizzate a trasmutare l’impeto, a volte cieco e feroce, del conflitto in qualcosa di totalmente diverso: ovvero in una disciplina interiore dal carattere sacrificale, dove la funzione del guerriero diventa paradossalmente quella di un ‘ordinatore del mondo’, di un nemico del caos, in una lotta che non sarà solo e in primo luogo verso un nemico esterno ma, in primo luogo, verso la propria parte passionale, caotica e infera (da qui la distinzione sia islamica che cristiano-cavalleresca tra “piccola guerra” – esteriore – e grande guerra – interiore).

Anche una tradizione come quella indù, storicamente meno caratterizzata in senso guerriero rispetto ai Monoteismi abramitici, conosce una ‘via della guerra’ che consiste, più specificatamente, nella consapevolezza di ‘compiere un dovere’ in maniera ‘impersonale’ e senza puntare egoicamente ai frutti della propria azione, i quali devono essere considerati secondari.

Nella Bhagavad Gita, è descritto mirabilmente il dialogo tra il guerriero Arjuna e Krishna, la Persona Divina, il Signore. Di fronte allo sgomento del guerriero Arjuna, che non vorrebbe combattere contro i suoi stessi parenti, la Divinità lo invita a compiere in ogni caso il proprio dovere (Dharma), che è il dovere del guerriero, incurante del risultato che peraltro sarà comunque positivo, sia in caso di sconfitta che di vittoria terrene: 

«Se vinto, otterrai la gloria del cielo; se vittorioso, la gloria sulla terra. Sorgi dunque, o Arjuna, con la tua anima pronta a combattere» (Bhagavad Gita II, 37) […]

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