Buon compleanno Facebook?

da Marco Scatarzi

Sono trascorsi vent’anni da quando Mark Zuckerberg, reduce da un appuntamento finito male, si chiude nella sua cameretta e apre il computer. Fissando lo schermo, tra il serio e il faceto, ha un’idea che cambierà il corso della storia: raccogliere le fotografie degli studenti di Harvard in un database che permetta a ciascuno di loro di ‘votare un’immagine tra quelle proposte, generando un’interazione tra gli utenti. Dopo aver hackerato il sistema interno dell’Università, rubando gli scatti e i dati dei suoi ‘colleghi’, mette in rete Facemash: nel giro di qualche ora – grazie alle migliaia di click – i server della facoltà vanno in tilt. Il buon Mark viene sospeso per sei mesi e accusato di violazione della privacy, ma il dado è tratto: il primo antenato di Facebook ha visto la luce. Poco più di un anno dopo, nel gennaio 2004, verrà registrato il dominio di quello che – nel tempo – diventerà il primo e più celebre social network del mondo. Da allora, il percorso è epocale: la piattaforma conquista gli States, poi sbarca in Europa e infine raggiunge i mercati finanziari.

Nel giro di pochi anni, il gruppo acquista anche Instagram e WhatsApp, mettendo in atto un semi-monopolio dell’interazione digitale ed entrando nella vita di miliardi di persone. Oggi, con il progetto del metaverso all’orizzonte, Zuckerberg è uno dei principali attori planetari del web, sebbene affiancato, seguito o preceduto dagli altri colossi della Silicon Valley e dalla prepotente intuizione cinese di TikTok. Le conseguenze di questa galoppata tecno-sociale, certamente, sono andate ben oltre la fantasia…

LA VIRTUALITÀ DEL REALE

Quando Facebook arriva in Italia, nella calda estate del 2008, tutti immaginano che si tratti – nel migliore dei casi – di una versione più completa di MSN Messenger: una chat un po’ più sofisticata, dove poter unire la funzione della messaggistica a quella del blog. Nel giro di qualche mese, inevitabilmente, le iscrizioni toccano livelli da record: anche se il fenomeno delle ‘reti sociali’ non è ancora stato codificato, la piattaforma manda in pensione gli storici ‘forum’, elaborando un sistema di interscambio che permette agli utenti di ritrovare i vecchi amici, seguire i propri gruppi di interesse ed esprimere un concetto in tempo reale. Anche se nessuno sembra rendersene conto, prende il via una nuova era: di lì a pochi anni – infatti – il fenomeno diventerà un fatto di costume e travolgerà la società tutta, innescando meccanismi irreversibili in ogni ambito della vita. Determinante è l’opera di Apple, che con la diffusione di Iphone rende lo smartphone un prodotto di largo consumo, imponendo il telefono – fino ad allora relegato all’ambito delle comunicazioni dirette – quale ‘prolungamento del corpo’ e ‘finestra sul mondo’. Il ‘villaggio globale’ – già realizzato dalla televisione e dal way of life di un capitalismo sempre più invasivo e destrutturante – si trasforma in una rete di connessioni permanenti che non conosce tregua né sonno. L’individuo, già declassato al rango di consumatore famelico, subisce un ulteriore upgrade: il passaggio allo stadio di utente digitale, sancito dal trionfo dei social. La promessa interconnessione immanente, che avrebbe dovuto semplificare la comunicazione e garantire una moltiplicazione dei contatti, finisce per realizzare il suo rovescio speculare: la presunta community – infatti – si rivela essere una sommatoria di solitudini votate al sensazionalismo più idiota, alla più vuota pornografia dell’intimità e alla più perversa dittatura dell’immagine che la storia abbia mai conosciuto.

Le masse regrediscono a sciami digitali, sancendo il definitivo tramonto della pratica comunitaria e inaugurando il passaggio dall’azione dell’uomo all’operazione della macchina: l’alienazione galoppante, che investe anche il mondo del lavoro attraverso lo smart working, contribuisce all’ulteriore e definitivo sfaldamento dei legami. L’utente, spogliato di ogni identità concreta, abbraccia il vuoto teorico di un paradigma omologante e de-spazializzato che travolge la Polis e la riduce a non luogo: trasmette in assenza di ogni elaborazione, sostituendo il Noi con un Io ipertrofico e capriccioso, perennemente a caccia di emozioni fugaci e soddisfazioni immaginarie, nel continuo tradimento di una dimensione fisica che diventa sempre meno necessaria e sempre più accessoria. Il medium – tempio, piazza e mercato del terzo millennio – non ha più bisogno di alcuna mediazione: si impone quale unico orizzonte di senso, innescando una servitù volontaria che toglie il potere dall’imbarazzo dell’imposizione, garantendo un esercito di ‘schiavi digitali’ pronti a rilanciarne gli anatemi e a condividerne i messaggi. Ai bassi appetiti dei naviganti, poi, corrisponde la patetica subalternità psicologica di una politica che ha sostituito la sovranità delle idee con la tirannia delle emozioni e il ‘governo delle persone’ con l’‘amministrazione delle cose’: il risultato è un circolo vizioso fatto di piagnistei organizzati, sensi di colpa non richiesti e volgarità erette a dogmi, nel solco di una narrazione ‘politicamente corretta’ che ha privatizzato lo spazio pubblico, abolito il pudore e annegato l’etica in una morale laica nella quale la sorveglianza del panottico incontra la paranoia puritana dei nuovi replicanti woke. Senza i social network, evidentemente, tutto questo non avrebbe potuto compiersi con questa rapidità e questa efficacia […]

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1 commento

Nonsononumero 12 Febbraio 2024 - 21:32

Come al tempo della pandemia c’erano i No-vax, così sarebbe auspicabile aderire ad una comunità di No-smartphone “at all” per dirla in inglese. Privi di smatphone completamente; un grazioso regalino a Zucherberg and company e a tutti quelli che sono la rovina della vera società democratica.

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