Gli scenari di guerra di cui i media non parlano

da Daniele Dell'Orco

In Città divise hai raccontato luoghi e persone con storie piuttosto travagliate: c’è un minimo comune denominatore per questi contesti?

Pubblicare questo testo nel mese di maggio 2022, quando parlare di qualsiasi tematica che non fosse la guerra in Ucraina era un suicidio totale, ha un valore piuttosto simbolico. Non ero uscito di testa, bensì volevo raccontare che questa guerra è in realtà figlia di una catena causale che parte da molto lontano e che però alle volte, agli occhi dell’opinione pubblica italiana e occidentale, rimane totalmente sconosciuta. Del resto, dallo scoppio definitivo della crisi in Ucraina non si è più parlato di tutti gli altri scenari di crisi in giro per il Mondo che erano e sono ancora attivi. E di Ucraina se ne è parlato fino al 7 ottobre 2023, per poi dimenticarsene: così funziona l’opinione pubblica e la sua consapevolezza.

La copertina del libro rappresenta il muro di separazione nel tratto tra Gerusalemme Est e Betlemme, dietro cui si staglia la cupola della roccia, uno dei simboli della città vecchia di Gerusalemme. Del resto, le barriere fisiche (muri fiumi, etc.) che dividono le nove città raccontate nel libro comportano anche una forte divisione delle comunità che abitano tali città, le quali trovano anche questo ostacolo materiale alla convivenza. Le storie di queste città sono ovviamente questioni annose, come in Donbass e in Palestina. Ma la comunicazione spesso è intrattenimento e non informazione: così, alla cronaca risaltano solo gli scenari più ‘cool’ che acchiappano più like sui social, piuttosto che quelli più rilevanti, sia in termini geopolitici che in termini umanitaria. Dunque, il significato simbolico di pubblicare Città divise è richiamare l’attenzione su scenari e tematiche determinanti per la storia del mondo ma poco ‘coperte’ dall’attenzione mediatica.

Queste città divise sono anche nella tanto inclusiva Europa no-border

Esattamente. Nella maggior parte dei casi si tratta di città inserite nel continente europeo; ciò è proprio un paradosso, dal momento che il leitmotiv della propaganda dell’Unione Europea declama proprio essere l’accoglienza, la convivenza e la tolleranza, con l’abbattimento dei confini e l’apertura dei confini fisici tra i Paesi, per l’incontro delle culture. Così, non se ne parla ma in Europa esistono città divise come Berlino fino al 1989. 

Poi ci sono le città fuori dal nostro continente. 

Viste le recenti cronache di guerra, viene subito in mente Gerusalemme, uno dei teatri del conflitto arabo-israeliano: viste le storiche mire di conquista di diversi attori della scena geopolitica, nonché a causa dell’insediamenti coatto di coloni israeliani, Gerusalemme risulta nettamente divisa da barriere fisiche. Ma non possiamo dimenticare anche la realtà di Betlemme, luogo di nascita di Gesù, ora inglobata nella città di Gerusalemme, e di un’altra città meno famosa ma altrettanto rilevante, ossia Ebron, sempre in Cisgiordania, che ospita le tombe dei tre patriarchi delle tre grandi religioni monoteiste, ossia Abramo, Isacco e Giacobbe, ed è quindi un luogo di culto per tutte le tre religioni monoteiste 

La posizione dei vari Paesi arabi e musulmani sullo scacchiere orientale sembra essere caratterizzato da una certa ambiguità strategica, da alleanze inaspettate e calcoli di medio-lungo periodo.

Questi Paesi si trovano ad oggi in una posizione di forzata alleanza. Dico ‘forzata’ in quanto profondamente divisi da un punto di vista teologico – con tutte le diverse declinazioni dell’Islam, dal Sunnismo allo Sciismo per citare le principali – e sotto il profilo geopolitico, come Iran e Turchia, che hanno interessi molti diversi. D’altra parte, il conflitto in Palestina sta unendo questi Paesi, almeno nelle sue fasi più acute, in quanto viene proprio messa a repentaglio l’esistenza del popolo palestinese. Un esempio di questa unione è quell’asse di milizie, detto ‘Asse della Resistenza’, formato da […]

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