La tragedia delle grandi potenze

da Andrea Marcigliano

La scena geopolitica internazionale appare, oggi, quanto mai caotica. Attraversata da tensioni diffuse e spesso contraddittorie. E costellata da conflitti, già esplosi o soltanto latenti. In questo contesto, anche soltanto parlare di nuovi equilibri, capaci di garantire una qualche forma di ‘pace’, appare meramente illusorio. Perché è un dato di fatto che il sogno – o l’incubo – di un mondo unipolare, quindi con una sola potenza al comando, un ‘gendarme del mondo’ come teorizzato durante la sbornia clintoniana, è miseramente naufragato. Dando torto alla Fine della Storia’ di F. Fukuyama… e ragione a J. P. Mearsheimer, che lo aveva predetto nel suo La tragedia del grande potere politico mondiale,  contestatissimo al tempo.

Tuttavia è altrettanto vero che proprio la grande potenza americana, preso atto dell’impossibilità di conseguire una leadership mondiale assoluta, gioca in modo da rendere pressoché impossibile la creazione di un nuovo equilibrio multipolare. È la strategia tradizionale delle potenze talassocratiche: creare continui focolai di instabilità e tensione, dare vita a guerre per procura, in modo che nessun’altra potenza, con diverse caratteristiche, giunga a controllare la Terra. Di fatto, rendere la terra instabile come il mare. Fluttuante e fluida. Mantenendo la supremazia nei commerci e nel controllo delle reti finanziarie. Che sono, appunto, fluide, anzi mercuriali, per loro natura.

La guerra tra Russia e Ucraina, il conflitto a Gaza, le tensioni in Caucaso e Moldavia, nonché la situazione di Taiwan vanno lette in questa precisa ottica. Non sono solo conflitti motivati da specifiche cause, che pure esistono. Sono punti critici che rivestono la funzione di mantenere instabile il quadro geopolitico generale. In modo che non possa sorgere un nuovo sistema di equilibri. Di fatto, dalla fine della Guerra Fredda, non vi è più stato un sistema di equilibri globali. A parte l’utopia di Fukuyama, cui accennavo, in realtà gli Stati Uniti non hanno mai veramente mirato a costruire un sistema unipolare. Non è nella loro natura. E le loro élite ne sono, in genere, perfettamente coscienti.

Clinton, al di là dei proclami, adottò, subito dopo il crollo del grande antagonista sovietico, una strategia fondata su interventi rapidi ed episodici. Capace di sparigliare le carte e mantenere un stato di tensione e caos in diversi scenari strategici. Il controllo del territorio non è mai stato nelle sue intenzioni. L’errore, se così si può definirlo, di George W. Bush fu proprio il tentare un controllo, una conquista, almeno parziale, dei territori con l’intervento in Afghanistan prima, in Iraq poi. Scelta pagata cara. E dalla quale Obama e successori si affrettarono a chiamarsi fuori. La strategia del ‘divide et impera’ è stata perseguita, pur con diverse modalità, anche da Trump. Che ha accentuato, per sua naturale forma mentis e per gli interessi dei gruppi che lo appoggiavano, l’aspetto commerciale ed economico, mettendo in secondo piano l’intervento militare. Che, peraltro, è sempre rimasto una possibile opzione, come dimostrato nei confronti dell’Iran […]

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