Jünger: soldato, operaio, anarca

da Boni Castellane

Il modo in cui Ernst Jünger visse le due fasi della Grande Guerra europea è emblematico delle possibilità del nostro rapporto con la politica, intesa come forza esterna di soggiogamento. Poiché i termini del dominio, del controllo e del possesso che le forze materiali organizzate esercitano sullo spirito degli uomini seguono un andamento progressista, ovvero degenerante, si stagliano come il motore stesso della modernità agli occhi di tutti coloro che insistono nel riconoscere il male, che insistono nel non negare la messe di dolore incessante alla quale la vita sottopone gli individui. La fase che andò dal 1914 al 1918 della Grande Guerra europea mostrò con Jünger l’esemplarità dell’ultima Europa che andava al fronte, un fronte innanzitutto spirituale. Il giovane che si lancia nelle ‘tempeste d’acciaio’ non ha nulla di romanticamente eroico: compie soltanto il suo dovere di messa alla prova nei confronti del dolore.

Precisamente, nel raggiungimento del limite di impossibilità che la tecnica pone di fronte all’uomo delle trincee consiste tutta la tragicità del moderno. La parabola nichilista iniziata con la Battaglia di Pavia (1525), quando convenzionalmente si assistette al passaggio di prevalenza dell’arma impersonale sull’individuo dotato di qualità soggettive, ha continuato a interrogare l’uomo moderno sino all’appuntamento di Verdun. La quantità che marxianamente si fa qualità trova nella mitragliatrice il suo momento di consacrazione allorquando la forza, il numero e la ripetizione dei proiettili soverchia e sconvolge la carica del nemico. Scorgere nel momento del ‘caricamento dell’arma il punto di svolta esistenziale non fu cosa semplice né immediata, tant’è che sino al 1917 i manuali di tattica militare risolvevano positivisticamente il problema attraverso semplici calcoli matematici: all’aumentare della frequenza e del numero dei proiettili sparati si risponderà contrapponendo al fuoco delle mitraglie un numero adeguato di uomini all’assalto dimodoché essi riescano a raggiungere e a neutralizzare i nidi di mitragliatrice.

Ma se ancora nelle guerre napoleoniche i fucili ad avancarica consentivano una visione cavalleresca della vita in base alla quale due schieramenti serrati di uomini potevano fronteggiarsi l’uno di fronte all’altro avanzando ordinatamente, senza mai cedere alle scomposte misure di riparo, semplicemente attendendo i colpi e avanzando, avanzando sempre, in una moltiplicazione seriale del duello sul campo di battaglia, il collasso dei tempi di caricamento dell’arma ottenuti grazie alla tecnologia delle mitragliatrici privò l’attesa del colpo del suo significato, trasformando i corpi in meri oggetti  in serie e gli spiriti in anime folli. La catena di montaggio faceva così il suo ingresso nella guerra e il risultato non poté essere che la riduzione materialistica della vita ovvero la sua despiritualizzazione. In quel contesto la trincea assumeva il significato metafisico del riparo che l’Esistenza contrappone al dolore e l’aggirarsi per i campi segnati dai crateri delle esplosioni poteva ancora rappresentare una strategia esistenziale di riparo e di lotta, una strategia che atteneva ancora i corpi nella loro persistenza di fronte al dolore. Ma già al termine del 1918 i sopravvissuti dovettero trascinare fuori dalla tempesta i propri corpi mutilati, usciti sempre sconfitti dallo scontro con l’acciaio di una tecnica che aveva segnato l’inizio dell’inumano. La seconda fase della Grande Guerra europea rappresentò per Ernst Jünger l’illuminazione dei rapporti tra individuo e massa nei termini della loro degenerazione in ‘impiego’. Così come per il lavoratore (Arbeiter) ciò che è venuto a mancare è stata sostanzialmente la ‘trincea’ in quanto luogo di riparo, così come lo ‘Stato totale del lavoro’ ha abolito gli spazi di sopravvivenza dello spirito estendendo a tutto e tutti le dinamiche belliche di obbedienza e di impiego, all’individuo in piedi sulle rovine non rimase altro che l’inizio di quel percorso di meditazione spirituale che l’avrebbe condotto al ‘passaggio al bosco […]

VUOI CONTINUARE A LEGGERE QUESTO ARTICOLO?
ACQUISTA O ABBONATI ALLA RIVISTA:

Ti potrebbe piacere anche

Lascia un Commento