Femminismo S.p.A.

da Pietro Perconte

I recenti fatti di cronaca nera in Italia, la crudeltà dell’assassinio di Giulia hanno causato agitazione contro lo scandalo del femminicidio, portando ad una nuova ventata di neofemminismo in salsa moderna che ha attraversato la penisola in lungo e largo, da nord a sud.  In tanti hanno individuato le colpe in un maschilismo imperante in cui versa la nostra società odierna, che secondo alcuni sembra essere una repubblica fondata sul e dal patriarcato…

ma che, in realtà, è stata solo fondata dai Padri fondatori della Repubblica e della Costituzione;  che poi costoro erano i più democratici che vi fossero nel 1946 secondo gli storici, non staremo qui a specificare chi e quali. Sull’ onda di questa agitazione di pensiero, varie testate giornalistiche, influencer, content creator hanno iniziato a condividere sulle loro piattaforme social vari post contro il maschilismo e in favore di questo neofemminismo o ultra-femminismo. Movimenti femministi o blogger hanno cominciato ad usare la scusa del patriarcato per sviscerare un odio profondo verso l’uomo, quasi a volerlo rendere colpevole tutti i mali che affliggono le donne. Secondo alcune gli uomini vengono visti come i totali detentori del potere e di voler controllare l’emancipazione femminile, quasi alla stregua di aver paura che da essa ne arrivi una delegittimazione del potere maschile.  Sembra quasi che alcune pensano che esisti una sorta di guerra tra i due sessi: invece, la battaglia è da fare insieme per il progresso tecnologico, culturale e sociale, che miri a migliorare le condizioni della nostra società mondiale.

Non è passato per niente inosservato il tentativo di alcuni brand di moda di voler rendere quasi commerciale questo vento di neofemminismo, riducendo ad uso e consumo tutte queste proteste. In questi giorni molto scalpore ha fatto la foto di una nota influencer e fashion blogger che indossava una maglietta di una famosa casa di moda, con su scritto il motto: “We Should All Be Feminists”, che in italiano vuol dire “Dovremmo essere tutti femministi”. Questa maglietta fatta solamente di cotone, e quindi senza diamanti, perle o filigrana in oro, viene venduta online al modico prezzo di 750 euro: quasi uno stipendio medio o quello che spende una persona al mese per vivere modestamente. 

Siamo sicuri che sia questa la rivoluzione culturale che servi all’Italia? Che basti, cioè, indossare una maglietta con una scritta per risolvere tutti i problemi delle donne? Questa faciloneria con cui viene trattato – e quasi dissacrato – a scopo speculativo l’argomento rischierebbe di generare un effetto boomerang

Il mercato come sempre trasforma qualsiasi cosa in business a scopo di lucro, nella speranza che non ci sia una donna o, peggio, una bambina del terzo mondo pagata circa due dollari al giorno a produrre questa maglietta perché, se no, il femminismo diventa solo una etichetta per ricche donne bianche, già tutte emancipate. Questo consumismo che sente lo stimolo di voler rendere quasi acquistabile l’etichetta del femminismo, ma che poi probabilmente spesso non ne conoscono i motivi, la storia ma solo vaghi concetti che spesso trovano d’accordi tutti gli uomini, quali ovviamente condannare qualsiasi forma di violenza e abuso.  Domanda: se il femminismo diventasse un brand ciò non andrebbe ad arricchire proprio quei patriarcati capitalistici che tanto dovremmo odiare? A ben guardare, infatti, va ad arricchire quegli uomini o quelle donne che vivono sopra le spalle degli altri facendo non una vita semplicemente agiata ma vissuta vita nel lusso più sfarzoso.

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