Al cuore del “capitalismo islamista”: oltre gli stereotipi occidentali.

da Roberto Asse

L’Arabia Saudita come scrive Emiliano Laurenzi nel suo ultimo libro Figli del loro tempo. Arabia Saudita al cuore del capitalismo islamista (Manifestolibri, 2023), si presenta a noi occidentali come un enigma di difficile soluzione. Da una parte ne percepiamo la rigidità etica figlia di un regime che sostiene di avere come costituzione la Sharia, dall’altra lo vediamo come il regno del lusso più estremo, dello sperpero di denaro per acquistare giocatori di calcio o costruire grattacieli e quartieri esclusivi, del buen retiro per la maggior parte dell’élite capitalista a livello mondiale. Ed è chiaro che se non si studia attentamente la storia e la società di quel paese, l’unica maniera che soprattutto un occidentale ha per far fronte a questo enigma è filtrarlo attraverso stereotipi che, a seconda del punto di vista, ne prediligono un aspetto a scapito degli altri.

Ciò che Emiliano Laurenzi ha provato a fare in questo libro, seconda parte di uno studio precedente intitolato Islamismo Capitalista. Il wahhabismo in Arabia Saudita (Manifestolibri, 2019), è, appunto, andare oltre gli stereotipi, analizzando nel suo insieme il modello saudita e mostrandone le specificità, frutto di una storia unica e non omologabile ad altri contesti. La domanda da cui parte Laurenzi è quella classica che si pone qualsiasi occidentale che guarda all’Arabia Saudita. Come è possibile che il wahhabismo saudita, una delle correnti più letteraliste e rigide dell’Islam, possa produrre una società che presenti forme di capitalismo e consumismo tra le più estreme al mondo? È chiaro che per rispondere a questa domanda l’occidentale deve prescindere dall’idea che il capitalismo sia esclusivamente una cosa sua, monolitica, sia nel bene che nel male: nel bene come uno degli strumenti dell’espansione della libertà e della democrazia, nel male come mero mezzo di oppressione di altri popoli, altre religioni e altre culture che verrebbero così semplicemente colonizzati e omologati alla visione cristiana, occidentale del capitalismo e dei suoi epifenomeni, come appunto il consumismo. Salvo poi rimanere sorpresi e anche un po’ delusi quando appunto altri popoli e culture come la Cina, l’India o l’Arabia Saudita riescono ad adattare il capitalismo alle loro specifiche religioni, mentalità, tradizioni. 

Andare al “cuore del capitalismo islamista” vuol dire invece rendersi conto che storicamente si viene a creare un rapporto originale tra Islam e capitalismo (oggi neocapitalismo finanziario e informazionale) sia inteso come accumulazione di capitale e produzione di valore, sia inteso come pratiche di consumo; e che il wahhabismo saudita è stato, ed è ancora, il vero laboratorio in cui si sperimentano da quasi un secolo queste forme di mediazione e ibridazione.

Ciò che emerge dalla lettura di entrambi i libri di Emiliano Laurenzi è abbastanza paradossale: cioè che, a dispetto delle apparenze, l’islam wahhabita risulterebbe molto più attrezzato a fare i conti con l’ethos capitalista e consumista rispetto al cristianesimo soprattutto nella sua versione cattolica. Proprio perché il wahhabismo è rigidamente basato sull’ortoprassi più che sulla dottrina (cioè sulla normazione dei comportamenti più che sulla normazione della credenza e delle fede) e sulla a-storicità del Corano, una volta stabilite le (poche e chiare) regole da seguire per essere un buon musulmano, lascia libero l’individuo di agire come meglio crede riguardo l’accumulazione di capitali, i consumi e le identità che essi producono. D’altronde se leggiamo i Vangeli, Gesù non dà molte regole di comportamento al credente e sarà San Paolo nelle sue Lettere il primo a dover risolvere la questione dell’ortoprassi del cristiano. E se quindi per il cristiano il nucleo del messaggio sta nelle parole e nella vita di Gesù, entrambe fanno abbastanza a pugni con l’ethos consumista che si sviluppa in Europa a partire dal XIX secolo. Il risultato è che nei paesi occidentali cristiani il consumismo si afferma contro la religione (con l’unica eccezione forse del puritanesimo e dell’evangelismo americano, per certi versi forme di wahhabismo cristiano) producendo violenti processi di secolarizzazione della società; nei paesi islamici, soprattutto in Arabia Saudita, il consumismo riesce ad essere assorbito almeno in parte e almeno fino ad oggi all’interno del dominio della religione e quindi assistiamo a società fortemente consumiste ma non secolarizzate. Fenomeno, questo, difficilmente comprensibile per noi occidentali se non viene studiato in maniera approfondita come fa appunto Emiliano Laurenzi nei suoi libri.

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