“L’impero Netflix” e il controllo del divertimento

da Marco Scatarzi

Nella lista degli strumenti più influenti del nostro tempo, senza dubbio, non possiamo fare a meno di annoverare anche Netflix. Il colosso californiano, che da qualche anno gode di una vasta diffusione nel Belpaese, è indubbiamente la più celebre piattaforma smart-tv del pianeta: gli oltre 220 milioni di abbonati – ai quali vanno sommati gli utenti che usufruiscono degli accessi multipli da più dispositivi – ne fanno un gigante indiscusso dell’intrattenimento di massa. Vi è di più: Netflix – con tutte le sue contraddizioni  e i suoi punti di forza – ha creato un vero e proprio modello, andando a riconfigurare la fruizione dei contenuti, il ritmo della narrazione e la veicolazione dei messaggi.

Eppure, malgrado la sua ampia diffusione e i suoi evidenti effetti sulle giovani generazioni, nessuno si era preso la briga di analizzarne le caratteristiche specifiche. Édouard Chanot, giovane autore francese, ha colmato questo vuoto con L’impero Netflix, saggio tascabile recentemente pubblicato da Passaggio al Bosco Edizioni. Accompagnato dalla bella prefazione di Claude Chollet e chiuso dalle ottime riflessioni di Attilio Sodi Russotto, questo lavoro ha il pregio di affrontare criticamente – per primo e con grande serietà – il mastodontico mondo del cinema on demand, guidandoci in una riflessione attuale e necessaria. Che si parli di ‘controllo del divertimento’, del resto, è assolutamente calzante: anche agli occhi dei più conformisti e dei meno scrupolosi, infatti, appare chiara l’opera di manipolazione che accompagna la narrazione in atto, facendo di Netflix uno dei più incisivi strumenti del pensiero unico dominante. Dalle serie tv infarcite di contenuti gay-friendly alle grottesche ricostruzioni storiche in salsa afro e Black Lives Matter, passando per il costante richiamo al ‘razzismo dei bianchi’, per la promozione del femminismo radicale, per le teorie gender e per l’attacco ai capisaldi dell’identità: la decostruzione woke, ossessionata dalla retorica dei ‘diritti’ e incattivita dalla furia iconoclasta dei nuovi social justice warriors, sembra essere diventata il leitmotiv di ogni espressione mainstream, dominando il panorama dell’offerta cinematografica, artistica e pubblicitaria dei Paesi occidentali. Il portato finale di questo martellamento mediatico indotto – sapientemente diretto da quella casta di hippie convertiti felicemente al capitalismo selvaggio e oggi egemone nella Silicon Valley – è l’utopia feroce della ‘società aperta’, sintesi cancerogena tra la paranoia mentale del puritanesimo wasp e il livore acido del progressismo liberal: cosmopolitismo apolide, superamento dei confini, promozione della fluidità di genere, imposizione del verbo multietnico, riscrittura coatta della storia, cultura della cancellazione e – come prodotto umano – la creazione dell’individuo astratto e ripetibile, funzionale alle dinamiche di consumo e disancorato da ogni retaggio tradizionale, da ogni dimensione sacrale, da ogni appartenenza specifica e da ogni legame comunitario.

L’utente perfetto di Netflix riflette tutta l’idiozia di questo stereotipo: è il soggetto pigro, omologato e anonimo – con pronome variabile e schwa d’ordinanza – che fagocita spazzatura delivery nell’ipnosi del binge watching, abbeverandosi alla fonte dell’abisso ‘politicamente corretto’. Fin qui, però, niente di nuovo: che il soft power del globalismo passi dalle grandi centrali dell’intrattenimento di massa – in fin dei conti – è cosa prevedibile e assai nota. In tal senso, dunque, si rende utile sviluppare un’analisi più profonda di quella che alberga, sempre più spesso, sul fronte dei presunti ‘anticonformisti’. Anche per questo, L’impero Netflix prende in esame due aspetti che – colpevolmente o deliberatamente – molti analisti hanno ignorato: il management aziendale e l’impatto sul cinema. Forgiatosi nel cuore di quella fantomatica ‘rivoluzione digitale’ che avrebbe dovuto liberare il mondo dalle ingiustizie e rendere fruibile ogni contenuto, Netflix ha fatto proprio il concetto della ‘densità del talento’, che dietro la patina del finto sprint motivazionale nasconde – neanche troppo velatamente – una feroce logica di selezione: i lenti sono tagliati fuori, mentre i più produttivi – disposti a sacrificare la propria esistenza per un impiego che assume i toni mistici della missione – hanno il privilegio di farsi sfruttare a tempo indeterminato. Ma questo genere di management, assai diffuso oltreoceano, è tipico di un settore che ha scelto di coniugare la proiezione esterna del messaggio inclusivo con la terrorizzante logica interna del turnover: all’ambiente ‘stimolante’, infatti, corrisponde la spietata necessità di una flessibilità estrema, capace di adattarsi alle condizioni e di rendere permanente la propria ‘rivoluzione’. It’s the economy, baby. Il motto che fonda l’azienda, del resto, contiene in sé tutti gli elementi del gergo liberale: ‘Libertà e responsabilità’. Un richiamo al ‘vietato vietare’ di sessantottina memoria, dove il profitto convive con l’assenza di regole e i diritti sono una conseguenza del fatturato […]

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