Svelare la morte. Per capire e amare la vita.

da Marcello Veneziani

Chi legge Fausto Gianfranceschi si riconcilia con la realtà della vita, della morte, del corpo e della nascita. Con i suoi scritti riscopre l’amicizia col mondo, accetta i limiti e i confini della vita, guarda in faccia la morte, si stupisce per la nascita e riporta la mente dentro il corpo, l’anima dentro il mondo. Lo spirito s’incarna. A quei temi, Fausto ha dedicato una trilogia, Svelare la morte, L’amore paterno e Il senso del corpo. Tre opere dentro una più vasta produzione letteraria di romanziere, polemista, e da ultimo di aforista.

Si potrebbe definire ‘realismo spirituale’ la sua ispirazione, che lo accomuna ad alcune tra le più belle intelligenze non conformiste del suo tempo, e del suo Tempo, nel senso della pagina culturale del quotidiano romano che Fausto ha curato per anni. Cristina Campo, Alfredo Cattabiani, Gianfranco Morra, Augusto Del Noce, Rosario Assunto, Orsola Nemi, Fausto Belfiori, Giuseppe Sermonti e potrei a lungo continuare, sicuramente dimenticando qualcuno. 

Molte opere di Fausto nascono dalla vita e dalle tragedie della vita: Svelare la morte rielabora il doloroso lutto per la morte di suo figlio, Giovanni, ancora ragazzo. Un altro libro poi dedicherà a sua figlia Federica, scomparsa prematuramente. E un altro, L’amore paterno, nascerà dopo che era nata sua figlia Michela. «Bisogna non avere bambini per non credere nell’anima. Un bambino che si anima, quale mistero» scrive Fausto nelle pagine di Svelare la morte

Una linea d’amore accompagna i suoi pensieri, dal principio alla fine; un amore ricambiato, intenso, lucente, privo di retorica, verso i suoi figli e verso sua moglie Rosetta. Del resto, tutta l’opera di Gianfranceschi è un elogio della famiglia e dell’amore radicato e duraturo, amore eterno e paterno, amore coniugale e famigliare. Si avverte anche il suo amore per Roma, città eterna e città natale. La sua romanità cattolica e rinascimentale, classica e barocca, antica e reale, nella fierezza e nell’ironia, nello spirito combattivo e di credente. Fausto Gianfranceschi fu un maestro di carattere; la fierezza stoica, romana e cristiana con cui ha affrontato la lunga lotta con la malattia, i lutti e il dolore. Vita come milizia, a viso aperto. 

In Svelare la morte, Gianfranceschi scrive che «il divieto di pensare la fine ha ucciso i fini. Rimangono unicamente i mezzi». Sorge una specie di totalitarismo della morte: non più un trapasso ma un definitivo totale annientamento. Peggio che inesorabile, scrive, la morte si fa incomprensibile. Assurda, da fuggire. Invece la contemplazione della morte favorisce un giusto rapporto con le cose della vita. «È un vitale antidoto contro l’irrealtà».

Ho conosciuto Gianfranceschi quando era poco più di un ragazzo e vivevo ancora in Puglia […]

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