Niente di nuovo sul fronte orientale.

da Andrea Marcigliano

Quando finirà la guerra russo-ucraina è impossibile dirlo. Questo primo anno di conflitto ha, da un lato, dimostrato l’illusorietà che la cosiddetta ‘Operazione Speciale’ di Mosca si potesse risolvere in un breve lasso di tempo, e con danni relativamente leggeri. Illusione di una guerra in stile ‘700, come naturale e necessaria continuazione dell’azione politica e diplomatica. Volta a definire, una volta per tutte, l’ormai annosa questione del Donbass, con una revisione dei confini che portasse a termine quegli Accordi di Minsk, che Kiev aveva sempre, volutamente disatteso.

Illusione, però, anche da parte Occidentale che la Russia, sorpresa e impantanata in un conflitto di lunga durata non previsto, sarebbe entrata in crisi sotto il peso delle sanzioni. E che queste avrebbero provocato  una sorta di regime change al Cremlino. E permesso di indebolire la posizione di Mosca sulla scena internazionale. Che è, poi, l’obiettivo, neppure tenuto segreto, di Washington. Ridurre la Russia di fatto all’antico principato della Moscovia, uno Stato regionale assolutamente ininfluente sul piano globale. Non più un competitor, ma una delle tante pedine da utilizzare nel nuovo Grande Gioco globale, che vede come avversario futuro solo la Cina. Strategia perseguita sistematicamente da tutte le amministrazioni statunitensi, sin dal tempo del Crollo del Muro di Berlino, e in barba agli accordi tra Reagan e Gorbačëv. Spogliare Mosca prima di tutti i vecchi satelliti sovietici, dilatando a dismisura la NATO verso est. Poi, penetrare in profondità, nello stesso corpo dell’ex URSS, fomentando, a volte creando artificialmente, vecchi nazionalismi e odi tribali… E utilizzando come grimaldello la prospettiva dell’ingresso nell’Unione Europea, ormai sempre più docile ascaro delle politiche statunitensi.

Insomma, la classica politica del carciofo. Che solo con Trump nello Studio Ovale non fu applicata. Perché la visione sostanzialmente mercantilistica di ‘The Donald’ andava nella direzione di instaurare una relazione privilegiata con il Cremlino. In funzione anti-cinese, visto che la Russia è un grande produttore di materie prime, utili al sistema industriale statunitense, ma non un concorrente sul piano dell’industria e dei commerci. A differenza di Pechino. Una strategia perfettamente logica, ma non condivisa dal Deep State americano. Che, defenestrato Trump con il più clamoroso broglio elettorale di una storia di brogli lunga e annosa, ha ripreso con Biden la politica che era stata di Obama, in misura minore di Bush jr, e di Clinton. E ha dato a tale strategia una notevole accelerazione. Non preoccupandosi di aprire, contemporaneamente al fronte ucraino, un contenzioso con la Cina per Taiwan. Che appare, oggettivamente, la massima crisi dai tempi della guerra di Corea.

Comunque, la previsione di una crisi dell’economia russa e di un isolamento di Mosca sul piano internazionale si è rivelata quanto mai miope e fallace. Anzi, la situazione ha permesso alla Russia di tessere una rete di relazioni internazionali con tutti quei Paesi che vedono con preoccupazione la strategia, troppo aggressiva, di Washington. Non solo con Pechino, con la quale si sta ormai saldando un rapporto bilaterale sino a ieri impensabile. Ma anche con l’India, l’Iran e buona parte del mondo islamico. Fino a molti Paesi emergenti dell’Africa. E con un’America Latina sempre più riottosa a sopportare il giogo dei Gringos…

In sostanza, le sanzioni si sono rivelate un boomerang. Portando poco danno all’economia russa, che può tranquillamente esportare altrove le sue materie prime. E moltissimo danno, invece, ai Paesi dell’Unione Europea. In particolare alla Germania, che ha in pochi mesi perduto quel primato economico-politico che, in buona parte, le veniva garantito proprio dal rapporto privilegiato con Mosca, frutto di molti decenni di Ostpolitik. E che faceva di lei il principale hub per la distribuzione dei gas russo in tutta l’Europa occidentale. Primato oggi perduto, anche per l’insipienza dell’attuale classe dirigente tedesca; male per altro comune a tutti i Paesi europei.

In realtà la sola economia statunitense sta traendo vantaggio da questa situazione. Sia attraverso l’esportazione del suo gas a prezzi altissimi, sia per l’industria degli armamenti. Settore che, però, potrebbe, secondo la maggioranza degli analisti, conoscere una rapida flessione. Ciò, quando l’Ucraina, paese ormai in svendita, avrà esaurito le esportazioni delle sue poche risorse – principalmente agricole e un po’ di metallurgia – e i Paesi europei si vedranno costretti, dalle crisi economiche interne, a sospendere i finanziamenti a pioggia verso Zelensky. Finanziamenti che, appunto, vanno – più o meno indirettamente – a finire nelle casse americane.

Dicevo, in apertura, che prevedere un termine del conflitto appare, ora come ora, difficile, se non impossibile. Ambienti vicini al Pentagono parlano di due/tre anni di guerra. Una guerra, comunque, lunga. Di logoramento. E per di più sempre con la minaccia di un dilatarsi. Di divenire conflitto globale. In ogni caso, da parte americana, appare ben chiaro che, proclami a parte, questa guerra non può venire vinta dall’Ucraina. Che anzi, alla fine, ne uscirà non solo distrutta, ma smembrata. E quindi cancellata dalla carta geografica […]

VUOI CONTINUARE A LEGGERE QUESTO ARTICOLO?
ACQUISTA O ABBONATI ALLA RIVISTA:

Ti potrebbe piacere anche

Lascia un Commento